Brexit, Downing Street si dibatte stordita nella "Pax Mayana"
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di Cristina Marconi
LONDRA La Pax Mayana verrà ricordata come quel periodo, successivo al referendum sulla Brexit, così turbolento e pieno di eventi, attentati, scandali, da aver rappresentato una tregua di fatto nella lotta fratricida tra Tories eurofobi e Tories moderati. L'atmosfera irreale di sospensione durata più di un anno è stata però interrotta dalla vigorosa scampanata data da Bruxelles, in cerca di spiegazioni su quello che il Regno Unito intende fare del suo futuro tra negoziati in stallo e flebili prospettive di un accordo a breve. Ma la premier Theresa May ha occhi anzitutto per la politica interna e, come se avesse davanti il manuale Cencelli, ha iniziato prima di ogni cosa col placare gli animi in patria, dando agli euroscettici un appuntamento per stappare lo champagne, ossia le 23 del 29 marzo 2019, e a chi pensa che uscire dall'Ue sia una sciocchezza e che farlo senza dare spazio al Parlamento un'aberrazione, la possibilità di votare sull'accordo finale con Bruxelles: se verrà bocciato si uscirà comunque, ma precipitando direttamente nel burrone del no deal - lo scenario nichilista, vagheggiato da alcuni brexiters particolarmente insofferenti davanti alla richiesta di saldare il conto - in cui gli aerei non partono, i farmaci non arrivano e sulle auto si rischiano dazi del 10%. Con il dibattito parlamentare sul ddl che trasformerà le leggi europee in leggi nazionali all'indomani della Brexit, la May sa che la battaglia sta entrando nel vivo dell'azione - il voto è previsto a metà dicembre - in un'atmosfera in continua evoluzione. Mentre l'opinione pubblica inizia a credere che l'esito del referendum sia stato una cattiva scelta, gli esperti fanno presente come cambiare idea sia possibile, gli industriali continuano a lanciare i loro accorati allarmi e nel ministero per la Brexit si registrano ben 124 dimissioni di funzionari, la sensazione è che potrebbe arrivare davvero il momento della verità, ossia di un ripensamento se non della Brexit in sé, quantomeno delle sue modalità, dopo che l'anno scorso il mercato interno era stato sacrificato in un sol gesto sull'altare dei tagli all'immigrazione.

Chi non vuole la Brexit lo sa e aspetta che i tempi siano sul limite per intervenire - curioso che tutti immaginino per il futuro dei Tories una leader energica, giovane e europeista come la scozzese Ruth Davidson, mentre la più matura Amber Rudd va dichiarando che uno scenario no deal è impensabile e assolda consulenti di alto bordo come Sir Lynton Crosby - mentre chi ha puntato sulla retorica anti-europea sa che deve sbrigarsi ad agire prima che il vento cambi del tutto. Lo dimostra la lettera che due anti-Ue come Boris Johnson e Michael Gove, entrambi complottisti nati con ambizioni di leadership, hanno mandato alla May chiedendo di «chiarire la propria mente» e «internalizzare la logica» della Brexit ad un governo spaccato, che perde pezzi, senza una maggioranza, ma che proprio per questo è stato, e rimarrà finché sarà necessario, un perfetto interprete della famosa «ambiguità costruttiva» su cui i britannici stanno puntando. Johnson sa che rischia di perdere il suo tocco magico e che, pur cercando in tutti i modi di farsi licenziare per poter lanciare un attacco ancora più frontale alla May, ha troppi nemici nel partito per potersi muovere da solo: per questo si è appoggiato all'arcinemico Gove, così raccogliendo 40 deputati contro la premier, ma non è arrivato al numero necessario per lanciare una sfida.

Sui dettagli del negoziato non perderà tempo nessuno fino a quando non finirà questa lotta tra bande, che ha portato il Paese alla scelta suicida di perdere anni di governo e di riforme possibili per districarsi da un passato che non l'ha penalizzato, anzi. Senza Bruxelles a fissare le date e i paletti, la battaglia potrebbe andare avanti a lungo.

 
2017-11-16 00:00:00
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