Calenda: «Senza un accordo su Brexit noi rischiamo danni fino a 4,5 miliardi»
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Se i rapporti commerciali funzionano un divorzio ha il suo impatto. Ma quando un Paese come l'Italia ha un saldo positivo con la Gran Bretagna di 11 miliardi, un export che vale il doppio e sa attrarre investimenti per ben 36 miliardi, contro i 22 miliardi che partono annualmente verso Londra e dintorni, allora si capisce bene perchè da un conto di 350-370 milioni si può arrivare a 4-4,5 miliardi, secondo i tre scenari tracciati dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda dal palco del Convegno Obbligati a Crescere-L'Europa dopo Brexit organizzato dal Messaggero.

Nell'ipotesi più soft, e quindi un divorzio con Londra su modello dell'intesa con la Norvegia e il Canada il danno sarebbe pienamente «gestibile» per Calenda. Ma 4,5 miliardi, in caso di rottura netta, è ben altro affare. Si tratta «dell'1% del nostro export. Un rischio», certo. Ma non «accetteremo qualsiasi proposta». Ci vuole «la giusta contropartita per l'accesso al mercato unico». Qualcosa di «buono» per la «costruzione europea» può però nascere dalla Brexit. Può essere un'opportunità se si punta sulla «dimensione esterna», a partire dalla «difesa» unitaria nel commercio dalla concorrenza sleale. E' la strada dei dazi Ue sull'acciaio ma anche del golden power per i Paesi extra Ue che investono nell'alta tecnologia. Altrimenti, si rischia di pagare soltanto la «frattura» dell'Occidente, già «indebolito» dall'effetto Trump.
 
 

E di governance Ue parla anche il presidente dell'Abi Antonio Patuelli aprendo il convegno da padrone di casa. L'invito a «un nuovo ruolo di centralità» del Parlamento europeo, capace di «una nuova forte iniziativa», contro «l'eccesso di burocratizzazione», che ha tanto alimenta «l'impopolarità» dell'Unione.
 

Guarda oltre la Brexit, anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Per l'Italia in particolare si apre un'opportunità: prendere il posto della Gran Bretagna, nella visione degli investitori industriali, come piattaforma per il mercato unico europeo. «È una partita che l'Italia deve giocare, anche considerando la sua interessantissima posizione geografica, centrale tra Europa e Mediterraneo», dice. Più in generale la sfida che si pone adesso all'Europa è quella della competizione globale che si affronta tra Stati Continenti, non dai singoli. E per porsi come stato continente l'Europa deve diventare «più inclusiva, più democratica» anche al suo interno. Nel campo della Difesa, ad esempio, che riguarda la sicurezza ma anche l'industria: «Non può essere patrimonio solo di tedeschi e francesi. L'Italia deve essere coprotagonista», scandisce Boccia.

L'ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi sottolinea due aspetti importanti. Il primo riguarda la percezione dell'incertezza politica italiana nel resto del continente. In Olanda, lo scorso mese di settembre, ci sono state le elezioni politiche. Ad oggi non è ancora stato formato un governo. «In questo caso», sottolinea, «nessuno dice niente». Se invece in Italia c'è anche un minimo di incertezza politica «succede», dice il professore, «l'ira di Dio». Insomma, bisogna riflettere su questo aspetto. Prodi prova anche a rispondere alla domanda se la Brexit favorirà altre uscite. Un quesito tornato di attualità proprio in queste settimane con la vicenda catalana. La risposta di Prodi è netta: no. Anzi. «È l'opposto», dice il professore. «Le conseguenze così pesanti della trattativa sulla Brexit», sottolinea, «scoraggiano qualsiasi tentativo». Lo storico e sociologo francese, Marc Lazar, spiega, invece, che dal punto di vista dell'opinione pubblica «siamo in una situazione transitoria e pericolosa». L'Italia, dice, in questi anni è diventato «il Paese più euroscettico di tutta l'Unione Europea».

A cura di Roberta Amoruso, Andrea Bassi e Giusy Franzese
2017-11-10 00:00:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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