Gentiloni e Tajani: doppio altolà alla Ue dei tecnocrati
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di Alberto Gentili
«La crescita va incoraggiata, non ingabbiata. Non abbiamo bisogno di un controller», avverte Paolo Gentiloni. «Deve essere la politica a tirare l'Europa fuori dal guado, non i tecnocrati», offre sponda Antonio Tajani. Il premier e il presidente dell'Europarlamento non sono dello stesso partito. Uno è del Pd, l'altro di Forza Italia. Ma sul palco di Obbligati a crescere, l'Europa dopo la Brexit, l'iniziativa de Il Messaggero alla seconda edizione, Gentiloni e Tajani parlano lo stesso linguaggio. Indicano un'identica direzione di marcia per rafforzare la crescita e l'Unione.

Il premier parte dal «divorzio» di Londra, garantisce che «l'inverno dello scontento europeo» è superato. E indica nel 2018 «l'anno cruciale per il rilancio dell'Unione», candidando l'Italia a un ruolo da protagonista: «Siamo tornati a crescere, il tasso di disoccupazione cala, le crisi maggiori bancarie sono alle spalle, le riforme fatte hanno ridato fiducia alle famiglie e agli investitori». In poche parole: «Siamo e saremo un Paese affidabile» per alleati e investitori stranieri.
 
 

Qui scatta il monito che il premier ha indirizzato a Cinquestelle e Lega in vista delle elezioni: «La crescita è un patrimonio comune, sarebbe irresponsabile dilapidarlo. La posta in gioco della stagione che si aprirà è proseguire nella sicurezza» dei conti e «nella crescita: l'Italia non va ridotta a un supermercato delle paure e delle illusioni».

LA VIA PER IL RILANCIO
Il passo successivo di Gentiloni è indicare la strada da intraprendere per il rilancio. Niente «regole asimmetriche che mettono i riflettori sul deficit e dimenticano il surplus» commerciale «di alcuni Paesi». Chiaro il riferimento alla Germania. «Evitare di introdurre fattori di crisi e instabilità» come «le nuove regole della vigilanza Bce» sui «non performing loans» (Npl): «La crescita va incoraggiata, non ingabbiata». E bisogna, soprattutto, pensare a un futuro dell'Eurozona basato «su un equilibrio ragionevole»: «Ben venga il ministro delle Finanze europeo che sia il responsabile di politica e bilancio comuni, non un controller che va a spulciare i conti del singoli Paesi». In più, propone Gentiloni, «va trovato un equilibrio ragionevole tra riduzione e condivisione dei rischi. La scelta della condivisione non può arrivare l'anno del mai, come si dice a Roma».
 

Idee e concetti scanditi anche da Tajani. Il presidente del Parlamento europeo, partendo dallo scontro con la Bce sui Npl, invoca soprattutto il primato della politica: «Se i cittadini non credono alle istituzioni europee e manifestano il loro malcontento votando per i partiti populisti un motivo c'è. La risposta alla disaffezione, su cui soffiano anche i timori per il terrorismo e l'immigrazione illegale, è restituire alla politica un ruolo centrale. I cittadini non vogliono che siano i tecnocrati, funzionari che hanno vinto un concorso ma non sono eletti da nessuno, a regolargli la vita».

Secondo Tajani, «le regole devono essere decise dai legislatori, dal Parlamento e dal Consiglio europei, non dai funzionari il cui compito è applicare quanto stabilito dalla istituzioni elette democraticamente. L'equilibrio dei poteri è fondamentale. Il potere deve rimanere nelle mani dei cittadini». Solo così «si tira l'Europa fuori dal guado».

Per spingere la crescita, il presidente dell'Europarlamento propone «un forte sostegno all'economia reale». Chiede «agevolazioni» e «l'armonizzazione delle politiche fiscali». Avverte: «Difendendo ciecamente la concorrenza a livello europeo si tarpano le ali a chi compete a livello mondiale». Infine scatta un appello all'unità: «Dobbiamo credere nella patria europea, non in tante piccole patrie».
 
2017-11-10 00:00:00
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