Istituto Donegani - Eni, dalle piante e dai colori la potenza del futuro
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È a Novara la grande scommessa del Cane a sei zampe dove allo storico centro di ricerche è affidata la missione di andare oltre i pannelli fotovoltaici e le pale eoliche

Quando si parla di energie sostenibili o di fonti rinnovabili, il pensiero corre subito alle più classiche delle tecnologie: i pannelli solari o le pale eoliche. Eppure il futuro dell’energia va ben oltre. Perché presto i pannelli solari potrebbero essere integratinelle finestre di casa,suldivano o su una tenda da campeggio. E per bonificare un terreno inquinato, potrebberobastare delle piante.

Non è fantascienza e non sono neppure le ennesime invenzioni avveniristiche d’oltreoceano che siamo costretti solo ad ammirare nei documentari e che in Italia non vedranno mai la luce. Anzi, al contrario: perché è proprio in Italia che queste idee sono nate e che stanno crescendo, lontano dalle “valley” americane (anche se con queste in perenne contatto) e ben piantate sul suolodellanostrapianurapadana.È qui, a Novara, che da quasi unsecolo sorge una delle maggiori dimore dell’innovazionesuitemi ambientali d’Europa: il Centro ricerche Eni per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente, conosciuto ai più con il vecchio nomedi Istituto Donegani.

Fu infatti proprio l’ingegner Guido Donegani (allora presidente della Montecatini) a fondarlo nel maggio del 1921, insieme all’inventore Giacomo Fauser, con il nome di Società Elettrochimica Novarese. Donegani e Fauser ne fecero il polo più importante d’Italia per la ricerca nel campo della chimica. L’idea ricorrente dei due, al centro di ogni progetto sviluppato, è che bisognasse concentrarsi sullo studio e la ricerca, unico modo per competere con i colossi chimici mondiali.

LA PATRIA DELL’IMPEGNO
La ricetta è quindi la stessa che oggi sentiamo spesso come risposta e antidoto alla crisi: se c’è una cosa che l’Italiapuò vantare, è di essere Patria dell’ingegno.Edopoquasiunsecolo, dopo essere passato attraverso la proprietà Montedison ed essere poi acquisito, negli anni ‘90, dall’azienda del cane a sei zampe, l’istituto ha mantenuto pressoché invariato lo spirito originario.

Dal 2007 a oggi (da quando cioè Eni ne ha ridefinito la missione, facendolo diventare il centro ricerca per lo sviluppo di tecnologie nelcampo delle fonti di energia non convenzionali, comel’energia solare e le biomasse) il Centro, collaborando con istituzionicomei Politecnici di Milanoe Torino, leUniversità diPadovae Bologna, il Cnr e il Mit di Boston, ha realizzato 193 proposte di nuovi brevetti e ha depositato 152 domande di brevetto. Tutti questi progetti si occupano in maniera esclusiva di energie alternative, conun fine ben preciso: creare in tempi brevi delle tecnologie in grado di arrivare sul mercato e di entrare a far parte in pianta stabiledei processi industriali. Insomma, non lo studio fine a se stesso,mauna via per cambiare davvero le cose.

Un obiettivo da raggiungere attraverso tre parole d’ordine: sole, biomasse e bonifiche ambientali. Quella dello sfruttamento dell’energia solare è una delle sfide più antiche e complesse nel campo dell’ecologia, come spiegano i ricercatori Eni: «Una simile risorsa potrebbe essere fondamentale soprattutto nei paesi invia di sviluppo come l’Africa».Ese il fotovoltaico finora si è basato su silicio cristallino e film sottile, una nuova soluzione potrebbe arrivare dal fotovoltaico organico (Opv) e dalle celle solari sensibilizzate con colorante (Dssc). A dispetto dei nomi complicati,la realizzazione praticaè facileda comprendere. Nel primocaso, si tratta diuna tecnologia che permette di stampare le celle fotovoltaiche, che sono costituite da una miscela di polimeri e di altri composti organici, su un qualsiasi materiale proprio come l’inchiostro sulla carta. «Le applicazioni di una tecnologia simile sono fra le più diverse – sottolineano i ricercatori – ad esempio consente di catturare energia solare su tende da campeggio o di casa, su rivestimenti di edifici o sulle vele delle imbarcazioni».

Le celle Dssc funzionano invece grazie ai colori, attraverso i concentratori solari luminescenti (Lsc): si tratta di lastre trasparenti sulle quali viene applicato del colorante in grado di assorbire una parte della luce, mentre un’altra viene indirizzata verso alcune celle disposte sui bordi della lastra e grazie a queste trasformata in energia elettrica. Una soluzione perfetta per essere utilizzata sulle finestre, collegato all’impianto di condizionamento, ma anche nelle serre agricoleonell’arredo urbano,invirtù del fatto che funzionano bene anche in condizioni di scarsa illuminazione diretta. Il problema di queste tecnologie risiede però nelle prestazioni, che in termini di efficienza e durata sono inferiori a quelle delle generazioni precedentidi fotovoltaico.

L’obiettivo del centro dell’Eni è proprio di superare questi limiti per renderle efficienti e poterle affiancareal fotovoltaico tradizionale. Altra frontiera è poi quella dei biocarburanti: Eni sta studiandoun nuovo sistema la trasformazione di zuccheri ottenuti da biomasse lignocellulosiche in oli microbici (trigliceridi) analoghi a quelli di origine vegetale, senza intaccare il settore alimentare. Gli oli ottenuti in tal modo vengono utilizzati per la produzione di Green Dieseldisecondagenerazione.

LE BONIFICHE AMBIENTALI
Ma il settore forse più complesso è quello delle bonifiche ambientali. Il centro di Novara si sta infatti concentrando su alcuni sistemi in grado di purificare le aree contaminate dametalli pesanti. Qui la soluzione potrebbe venire ad esempio da alcune piante, in grado di pulire il terreno o, in caso di inquinamento dell’acqua, da speciali barriere composte da materiali che filtrano le sostanze nocive.

La domanda a questo punto è: perchéun colosso petrolifero impiega risorse per trovare metodi energetici alternativi? Come si passa dal business dell’oro nero a quello delle energie rinnovabili? La risposta dell’Eni a questo quesito è la cosiddetta energy transition, cioè il passaggio a un mix energetico a minor contenuto di carbonio, con un uso crescente di fonti rinnovabili soprattutto nel medio- lungo periodo.

Un processo che consente ad ogni azienda di diminuire l’impronta ambientale delle sue attività, vale a dire l’impatto di queste ultime sull’ambiente e sul cambiamento climatico. Il che dipende dalla quantità di biossidodi carbonio emesso, che può diminuire grazie alle tecnologie che abbiamo visto prima.

Una transizione energetica diquesto tipo, messa in atto dauno dei principali attori del mercato petrolifero, potrebbe significare davverouncambio di rottanon solo per il nostro Paese, maancheper quelli incui glistessi colossi petroliferi operano, soprattutto in Asia e in Africa. È per questo che l’anno scorso Eni hacreato la Direzione Energy Solutions, alle dirette dipendenze dell’ad Claudio De Scalzi, per iniziare un percorso di affiancamento tra il business tradizionale e i prodotti bio. Unpercorso difficilema realizzabile, che arriva ai massimi sistemi ma passa attraverso la quotidianitàdi tutti noi.

Istituto Donegani - Eni
Via Fauser n. 40 - 28100 Novara
DIRETTORE: Carlo Perego


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2016-11-30 17:50:21
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