L'Italia oltre Brexit, gli scenari possibili
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di Andrea Bassi
La premier britannica, Theresa May ha confermato l'intenzione del Regno Unito di lasciare l'Europa entro le 23 del 29 marzo del 2019, ora di Londra. La May non ha fatto altro che confermare quanto già previsto dai trattati europei, ossia che i negoziati per le exit, le uscite dalla casa comune, devono durare al massimo due anni. Il problema, insomma, non è se Londra uscirà, ma come. Il nodo che lega la Gran Bretagna ai Paesi europei è stretto a causa di alcune migliaia di accordi commerciali e regole di scambio, che Londra stessa ha contribuito a costruire e, talune volte, a limitare. Più che un nodo, forse il paragone più azzeccato è quello del gioco del domino, dove ogni asticella che viene tolta rischia di far cadere l'intero castello. Un gioco nel quale tutti rischiano di farsi male. Insomma, la domanda di quali potranno essere le conseguenze della Brexit sulle esportazioni italiane nel Regno Unito non è peregrina. A porsela è stato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ha chiesto ai suoi tecnici di preparare dei possibili scenari, dal peggiore, ossia nessun accordo con gli inglesi, al migliore, ossia un accordo tipo quello che l'Europa ha con la Norvegia. Così, non più tardi di un mese fa, Prometeia e Ice hanno redatto un rapporto che fa il punto della situazione.

Partiamo dallo scenario peggiore: la mancanza di un accordo tra Europa e Regno Unito. In questo caso si applicherebbero le regole del Wto, l'organizzazione mondiale del commercio, la principale delle quali è la «Most favourite nation». Significa che le condizioni da applicare ai Paesi europei sono quelle utilizzate da Londra nel miglior accordo con un Paese terzo. A queste, poi, andrebbero aggiunte le barriere non tariffarie. In questo scenario, spiega il report, l'export italiano si ridurrebbe di 4,1 miliardi sui 22,5 miliardi attuali. Si tratta dell'1% dell'export complessivo e il 18,9% di quelle verso il Regno Unito. Il «nessun accordo» può avere anche una versione peggiorativa: Londra nel frattempo fa un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. In questo caso, ai danni dei dazi, andrebbe aggiunto un aumento dell'interscambio con gli Usa a scapito dell'Europa. Il conto complessivo da pagare, allora, salirebbe a 4,6 miliardi di euro.

C'è poi il «modello Turchia», una unione doganale selettiva, che cioè esclude dal suo scenario alcuni prodotti che invece pagherebbero i dazi previsti dal Wto. In questo caso la riduzione dell'export italiano in valore sarebbe di 1,3 miliardi di euro. Infine, la variante «Svizzera», uno scenario che prevede che le relazioni siano basate su un accordo di libero scambio, in cui alcuni settori continuerebbero ad essere soggetti a dazi. In questo scenario la riduzione dell'export italiano sarebbe di 1,1 miliardi di euro.

GLI INTERESSI IN GIOCO
Ma quali sono le ipotesi migliori? La prima è una «unione doganale standard». Significa che Europa e Regno Unito realizzano una unione in cui i dazi sono nulli in tutti i settori. La differenza con la situazione precedente alla Brexit, sarebbe che resterebbero delle barriere non tariffarie. Se queste fossero quelle mediamente subite dalle imprese italiane nei principali paesi di esportazione extra europei, il valore delle esportazioni si ridurrebbe di 780 milioni di euro, lo 0,2% dell'export complessivo italiano. Salendo nella graduatoria dei migliori accordi, il secondo gradino del podio è occupato dal «modello Canada». Si tratta di un accordo che preveda il quasi totale abbattimento di numerose linee tariffarie, con l'esclusione di alcuni prodotti agroalimentari, oltre ad un significativo abbattimento delle barriere non tariffarie. In questo scenario la riduzione delle esportazioni italiane sarebbe contenuta a 386 milioni di euro, lo 0,1% dell'export complessivo, e l'1,8% di quello verso la Gran Bretagna, concentrato soprattutto sul settore alimentare che perderebbe 254 milioni.

Ma qual è la prospettiva migliore per l'Italia? Il «modello Norvegia», senza alcun dubbio. Anche in questo caso ci sarebbe un accordo di libero scambio, con una integrazione maggiore dei due mercati rispetto al modello Canada, e con basse barriere non tariffarie. Il settore penalizzato rimarrebbe l'agroalimentare, ma la riduzione dell'export sarebbe di soli 357 milioni. Una goccia nel mare delle esportazioni italiane.

 
2017-11-16 00:00:00
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