Menarini, la rivoluzione di Alberto che brevettò la farmacia
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Fu Aleotti a portare l’azienda alle dimensioni di colosso. E fu lui a modificare la cultura di settore aprendo la strada alla sperimentazione e produzione di medicinali in Italia

Dodici anni e un po’ più di un miliardodidollari: tanto costa in tempo e investimento finanziario un farmaco registrato e pronto per il mercato. «L’industria farmaceutica sconta un tasso di fallimenti delle proprie ricerche elevatissimo, e per contro una capacità senza pari di sopportare frustrazione e insuccessi »: la sintesi di Lucia Aleotti, presidente del Gruppo Menarini, fornisce una chiave in più per misurare l’eccellenza inunmercato tra i piùcompetitivi e globalizzati.

Con 15 stabilimenti produttivi in vari Paesi, commercialmentepresente in 130,con16 mila dipendenti complessivi, e un fatturato consolidato di 3,3 miliardi ilGruppoè la più grande azienda italiana del farmaco, «anche se a livello mondiale siamo medio-piccoli», precisa Lucia Aleotti. In principio fu Archimede Menarini, che nel 1886 fonda a Napoli la sua prima “Farmacia Internazionale”, unlaboratorio galenico con punto vendita. Di successo. Al punto che per produrre i due farmaci di maggiore successo – un ricostituente e un preparato contro i disturbi digestivi – decide di aprire uno stabilimento a Firenze. Lo stesso stabile cheoggi ospita il quartier generale di una delle non moltissime multinazionali italiane. Ma la svolta imprenditoriale avviene proprio a Firenze, un’ottantina d’annidopo la fondazione, nel 1964. Gli eredi dell’ingegnoso farmacista Menarini assumono un giovane ragioniere, preparato e intraprendente, cui affidano la direzione generale dell’azienda.

È Alberto Aleotti. È nel suo segno che Menarini diventa quello che è oggi nelle mani dei figli, Lucia e Alberto Giovanni. Il patron è scomparso un paio d’anni fa, dopo aver trasformato non solo l’azienda e il mercato domestico, ma anche essersi battuto per modificare la legislazione nazionale: fu Alberto Aleotti a promuovere una rivoluzione culturale e in Italia, cioè la possibilità di registrare brevetti in campo farmaceutico, opportunità preclusa e formalmente vietata nel nostro Paese, fino al 1978. Giganti non si nasce. Si diventa. E la possibilità di brevettare specialità farmaceutiche per un’azienda italiana era la condizione per crescere. Con i tempi, lunghi, del percorso di affermazione di principio attivo, prima che diventi farmaco riconosciuto, registrato, prescritto. Più o meno dodici anni, tanti ne servono dalla prima brevettazione al lancio sul mercato; la maggior parte, sette o otto, trascorsi nelle tre fasi di sviluppo clinico, cioè di sperimentazione sull’uomo.

OLTRE IL MURO
Menarini è cresciuta. Molto. In Italia e nel mondo. All’inizio con ambiziose operazioni nel cuore dell’Europa. L’acquisizione di Berlin Chemie, dopo il crollo del muro, nel 1992. Il grande stabilimento era nella parte Est della capitale tedesca. Ed oggi è uno dei fiori all’occhiello del Gruppo. Grazie alla Berlin Chemie il Gruppo Menarini è diventato il secondomarchio farmaceutico inRussia, alpuntodagiustificareunnuovo insediamento produttivo, proprio in Russia,aKaluga. «Continuiamo a lavorare per crescere. Per linee interne ed esterne. Le acquisizioni non si fermano - racconta Lucia Aleotti – dopo la frontiera europea, oggi abbiamo creato la Menarini Asia Pacific, dopo aver acquisito cinque anni fa un’azienda farmaceutica con base a Singapore.Dove non si riesce a crescere per acquisizioni, si fanno accordi, alleanze, contratti di licenza».

Ma crescere vuol dire anche continuare a investire in ricerca: sono quasi 900 i dipendenti del Gruppo dedicati alla ricerca, distribuiti in società diverse, proprietarie o in joint venture, con frontiere aperte nella ricerca oncologica (come Menarini Biotech che 4 anni collabora con l’inglese Oxford Bio Therapeutics) o in quella dei vaccini (VaxYnethic) o in generale sul fronte delle nuove tecnologie (Menarini Silicon Biosystems). L’evoluzione tecnologica ha un suo obiettivo costante: «La centralità del paziente – aggiunge Lucia Aleotti – che vuol dire continua personalizzazione del farmaco, nella capacità di produrlo e di renderlo fruibile nelle modalità e nelle formulazioni più idonee e più gradite al paziente».

C’è un made in Italy della farmaceutica? La domandaun po’ stereotipata riceve una risposta tutt’altro che formale. «C’è un made in Italy produttivo nella farmaceutica – spiega Lucia Aleotti – abbiamo risorseumanecompetenti e gli impianti produttivi sono all’avanguardia,percuimolteaziende anche straniere hanno scelto di produrre farmaci in Italia, al punto che per quantità prodotte pro-capite siamo il primo Paese in Europa, anche davanti alla Germania. Dirò di più, l’industria farmaceutica italiana è una delle poche che ha saputo reagire alla crisi economico-finanziaria epocale che ha afflitto il Paese e da cui ancora non ci siamo risollevati. L’industria farmaceutica italiana ha un ruolo trainante per far uscire l’Italia dalla crisi.

È un ’industria a valore aggiunto, che è tornata ad assumere, scommettendo sulle risorseumanequalificate. InMenarini da inizio 2016 abbiamo assunto ben 250 persone. Il 91% dei nostri dipendenti è laureato o un tecnico. Tutto questo nonostante il male che noi italiani tendiamo a volerci fare. Sempre. Denigrandoci,olanciandoaccuse genericheeanti-sistema».

La Menarini è un’azienda italiana, con il capitale tutto saldamente nelle mani della famiglia Aleotti. Un esempio di come un’azienda tutta italiana (e tutta familiare) possa competere con successo nel mercato globale, anche in settori di elevata complessità e innovazione comequello dell’Health care. I pazienti che hanno utilizzato farmaci Menarini, si stima siano stati ormai più di unmiliardo in tutto il mondo. Oltre alla farmaceutica i nuovi orizzonti del Gruppo sono quello delle biotecnologieedelleindagini diagnostiche. Uno snodo fondamentale è quello della formazione. «Essenziale è il dialogo da mantenere con tutto il mondo medico – spiega Lucia Aleotti – in Italia abbiamo la fortuna di poter avere una classe professionale medica che è al top della preparazione e della qualità. Le aziende farmaceutiche hanno il dovere di ascoltare i medici e di informarli costantemente sulle nuove scoperte farmaceutiche. Coni medici condividiamo la primaria attenzione ai pazienti».

Sul versante della formazione e della collaborazione con la classe medica è significativo ricordare il recente progetto «Rete pediatri anti-abuso sui bimbi». È una iniziativa che si prefigge di dotare i medici pediatri in Italia di una rete di supporti sociali e giuridici, oltre che medici, per affrontare i casi di possibile abuso sui minori. Menarini ha voluto avviare un progetto che possa creare un vero network anti- abuso, fornendo, conuninvestimento di circa un milione di euro, un supporto operativo ai 15 mila pediatri,medici “sentinella” del problema, in collaborazione con Telefono Azzurro, la Società Italiana di Pediatria, la Federazione Italiana Medici Pediatri e l’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani.

Menarini
Via Dei Sette Santi n° 1/3 - 50131 Firenze
PRESIDENTE: Lucia Aleotti


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2016-12-01 10:38:11
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