Timori e sfide, dalla guerra del prosecco al recupero delle multinazionali in fuga
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di Giusy Franzese
Definirla la battaglia del Prosecco è sicuramente eccessivo. Addirittura offensivo come fece notare Carlo Calenda al tempo del battibecco con il ministro degli esteri britannico, il coriaceo Boris Johnson. Accadeva esattamente un anno fa, metà novembre 2016, a Bruxelles durante uno dei primi tavoli su Brexit. Johnson pretendeva di avere libero accesso al mercato comune «senza concessioni sulla libertà di circolazione per gli immigrati», e si diceva sicuro che gli italiani non avrebbero messo i bastoni tra le ruote per salvaguardare le loro vendite di Prosecco in Gran Bretagna. Un'affermazione che fece andare su tutte le furie il nostro ministro dello Sviluppo Economico che immediatamente replicò stizzito: «Non se ne parla neanche. Può darsi che noi perderemo un po' di esportazioni di Prosecco nel vostro paese, ma voi perderete le esportazioni di fish and chips nei 27 paesi Ue». L'episodio è stato ricordato dallo stesso Calenda durante il convegno organizzato da Il Messaggero. Perché purtroppo, a un anno esatto di distanza, la situazione è rimasta uguale. Nessun passo avanti sull'eventuale permanenza del Regno Unito nel mercato comune e sugli accordi commerciali. Senza i quali la guerra del Prosecco resta una possibilità.

BARRIERE TARIFFARIE
I produttori italiani di bevande, vini e bevande spiritose (queste ultime intese nel senso di oltre il 15% di alcool) vendono, infatti, il 12% delle loro bottiglie sul mercato britannico, per un fatturato di oltre 1 miliardo di euro. Come fa notare un recente rapporto del Centro Studi di Confindustria, è il settore che, in percentuale, esporta di più in quelle terre. Senza un accordo di libero scambio scatterebbero gli standard dell'Organizzazione Mondiale del commercio, con dazi e tariffe più alte, che nello specifico potrebbero arrivare al 19%. Il che potrebbe portare gravi ripercussioni sui prezzi e quindi sulla competitività dei nostri prodotti. A rischio barriere tariffarie anche il settore dell'agroalimentare che esporta il 7,9% in UK (con un picco del 35% per i latticini) per un controvalore totale di oltre 2,3 miliardi di euro nel 2016. In questo caso - sottolinea Confindustria - oltre ai dazi elevati, «si temono ripercussioni per il probabile allungamento dei tempi di sdoganamento delle merci, che risulterebbe cruciale per alcuni prodotti freschi». Altri settori che potrebbero risentire dell'uscita del Regno Unito dal mercato unico sono quello del legno e arredo (quota 8,2% di export verso UK), autoveicoli (quota 7,4%) e altri mezzi di trasporto (7,3%). Stavolta a incidere soprattutto «l'andamento della domanda interna britannica e il tasso di cambio della sterlina». Due fattori che dal voto del 23 giugno 2016 risultano in discesa libera (la sterlina, ad esempio, finora ha perso quasi il 15% sull'euro rispetto ai livelli precedenti il voto su Brexit).

Al di là del negoziato sugli accordi commerciali, però, Brexit può essere anche fonte di opportunità per l'Italia. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, lo ha accennato in occasione del convegno de Il Messaggero: «L'Inghilterra finora era considerata dagli investitori industriali una piattaforma finanziaria per il mercato europeo. Qui l'Italia può giocare una sua partita, anzi deve giocarla» cercando di prenderne almeno in parte il posto come «grande piattaforma per il mercato europeo. Tra l'altro - ha concluso il presidente di Confindustria - siamo in una posizione geografica interessantissima, centrale tra Europa e Mediterraneo».

Se Brexit dovesse comportare la perdita del passaporto unico che consente alle istituzioni finanziare di un paese Ue di operare in tutto il resto dell'Unione, molte potrebbero essere le fughe. In parte già cominciate. In generale si stima che gli investimenti esteri diretti in Gran Bretagna potrebbero diminuire del 22% in dieci anni, per un totale di 282,3 miliardi di sterline. Secondo Confindustria, l'Italia ha buone chance per accaparrarsene una fetta significativa: almeno 26 miliardi di euro in dieci anni. «Un tale afflusso - calcola il Csc - si tradurrebbe in un aumento del valore aggiunto pari a 5,9 miliardi di euro annui, lo 0,4% del Pil». E poi c'è tutto il versante delle nuove sedi di alcune istituzioni europee: la prima ghiotta occasione sarà l'Ema (European medicines agency) per la cui sede Milano è in buona posizione.

 
2017-11-16 00:00:00
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