Valentino Caffè, il giro d’Italia del chicco tostato come una volta
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Le 60 tonnellate settimanali di caffè costrette a risalire il perimetro dell’intera penisola per sbarcare a Trieste e ritornare a Lecce. Ma il risultato è sublime

Orzo o cicoria tostata, altro che fragranti chicchi. Negli anni Quaranta il caffè era poco più di un inganno, un lusso o persino un’utopia, e in tazza bolliva spesso solo un pallido surrogato della bevanda elevata a topos da Eduardo De Filippo.

Due fratelli salentini lanciarono però la loro sfrontata sfida al futuro, nonostante tutto: investire sul caffè, quello vero, quello nero, l’espresso distillato al bartranuvoledivaporeacqueo,leve e manometri. In piena autarchia fascistae povertà post bellica, civoleva forse una generosa spolverata di incoscienza, coraggio e capacità visionaria per puntare sul voluttuario, importarechicchi dal Sud America e dall’Africa e scommettere sui bar, perché a quel tempo scodellare due dignitosi pasti al giorno in tavola era una fatica da eroi e una bevanda tiepida a base di orzo o cicoria andava più che bene per scaldarsi e corroborarsi.

Invece no: ottimismo, istinto di rinascita e boom economico avrebbero presto rianimato tra gli italiani lavoglia di tazzinaal bar. Gaetano ed Egidio Montefrancesco l’avevano intuìto un attimo prima, e oggi il loro gioiello macina numeri ancora in crescita impetuosa: il gruppo Valentino caffè fattura oltre 20 milioni di euro all’anno, dà lavoro a 180 persone, ha un polo produttivo a Lecce e una sede commerciale in Lussemburgo. Il fil rouge, oggi come allora, è sempre lo stesso: qualità declinata nell’intera filiera, dalla pianta alla tazza, e sposandocome clienti esclusivamente i bar. Oggi sono 6mila in tutta Italia, quasi 3mila all’estero. Due le altre idee forti che ormai da tempo innervano il profilo aziendale: internazionalizzazione (plasmando l’offerta su mercati e gusti in continua evoluzione) e formazione (i master per affidare le miscele a dei verie certificati maestri caffettieri).

LA FAMIGLIA IN AZIENDA
«È un investimento sulla qualità», racconta Chiara Montefrancesco, l’erede che con papà Egidio e la sorella Marina impugna le redini e continua a immaginare pezzi di futuro. Azienda familiare, com’è nella migliore e granitica tradizione italiana, quella impastata di libri mastro,mani sporche e buone idee. Sana provincia, «perché io – ricorda laMontefrancesco – ho cominciato nel 1999 da semplice impiegata, catalogando i contratti. Quante discussioni con mio padre perché volevo crescere, occuparmi di altro in azienda. Volevo fare quello che pochi nel nostro settore, tranne le multinazionali, fanno: dare un forte impulso all’internazionalizzazione».

Nello spazio di 45mila metri quadrati del polo leccese di Valentino caffè c’è una specie di sintesi totalizzante, c’è tutto il segreto che batte forte nel petto dei piccoli miracoli imprenditoriali a trazione familiare: l’idea fulminante, il sacrificio, il solido ancoraggio al passato, l’istinto a innovare, la prudenza un po’ contadina che ti suggerisce di spiccare il volo solo quando le ali saranno sufficientemente robuste, carenate.

C’è anche quel pizzico di magia ammantata di mistero,perchéla ricetta delle miscele proposte ai bar è segreta, inespugnabile, così come la fondamentale “curva di tostatura” dei chicchi: l’una e l’altra sono le stesse da sempre, approntate da Gaetano ed Egidio a metà del secolo scorso, perfezionate negli anni, custodite gelosamente e trasferite dai padri ai figli come una specie di prezioso sacro Graal.

La curva di tostatura, per esempio, è un solfeggio, un sapiente bilanciamento «perché – spiega Chiara Montefrancesco – basta poco per bruciare i chicchi,maallo stesso tempobisogna tirar fuori la partemigliore del caffè». Il direttore d’orchestra si chiama Tonio, è il maestro tostatore ed è lì da quasi 40 anni: una pratica – spiegano in azienda – che «esprime capacità e sensibilità».

È la potenza metaforica delle persone e delle cose, proprio come le tostatrici che coesistono nei 9mila metri quadrati del polo di torrefazione: da una parte una vecchia alimentata a fuoco, che sa di storia e opifici novecenteschi e brunisce i chicchi per l’espresso classico, dall’altra le due moderneadaria caldaededicate alle diverse varietà e sfumature. Sono oltre una dozzina i prodotti proposti. Inunangolodel padiglioneriposano affastellati i sacchi di juta colmi di materia grezza: ogni settimana arrivano60tonnellatedi qualitàrobusta (dalla fascia equatoriale dell’Africa) e arabica (dal Sud America), i chicchi poi vengono miscelati in 12 silos prima di essere convogliati verso le tostatrici.

IL PESO DELLE INFRASTRUTTURE
Ma la modernità è un percorso mai lineare, che inciampa anche in brusche cesure: le 60 tonnellate settimanali di caffèsonocostrettearisalire il perimetro dell’intera Penisola per poi sbarcare al porto di Trieste e ripiombare verso Lecce sui tir. Il motivo? I porti di Gioia Tauro e Taranto non hanno un’adeguata infrastrutturazione (scalo container, depositi, laboratori per le prime analisi): «Tutte le aziende del settore – aggiunge la Montefrancesco – sono costrette a passare da Trieste». Risultato: moltiplicazione ditempie costi.È il Paese reale che dà tangibile e urgente sostanza a concetti spesso accademici quali “gap infrastrutturale” e “peso della burocrazia”. Cavalcare mercati e competizione non è del resto semplice: «Dall’export agli investimenti sui macchinari - insiste Chiara Montefrancesco - abbiamo fatto sempre tutto da soli, senza fondi europei o altri aiuti. E lasciatemelo dire: le aziendeitalianeaparità di condizioni sono di gran lunga le migliori. Gli imprenditori del Lussemburgo, quando ci confrontiamo, sono stupiti dai nostri risultati perché noi lavoriamo pagando il 70% di tasse,loro soltanto il 38%...». L’estero per Valentino caffè è moltopiùdiunafaticosafrontiera: èl’avampostoperevolvere e modellare il prodotto sui nuovi gusti e sui palati d’oggi.

«Prima di entrare in azienda– racconta la Montefrancesco – ero stata in Australia: rimasi colpita dalla diffusione del caffè Vittoria, noneraitaliano maavevaunnomeitaliano.Fuunafolgorazione, dovevamo fare qualcosa». Piantare bandiera, rivendicare orgoglio e qualità. Il Lussemburgo, alla fine degli anni ‘90, fu scelto per posizione strategica e per corposa presenza di italiani, eresta tuttora un primospaziodi sperimentazione: non soltanto esportando, ma incastonando nel cuore dell’Europa una sede commerciale per curare in presa diretta il rapporto col cliente,per captarne umori e tendenze, per garantire supporto tecnico e formazione. Insomma:la chiusura geometrica, esatta,dell’idea di made in Italy. L’ultimo tassello è l’accordo con Bofferding, il principale birrificio lussemburghese, un colosso del settore: una joint venture per saldare la distribuzione delle miscele Valentino al capillare radicamento della birra del granduca Enrico.

Inbar, pub e ristoranti. Le mode incalzano, il palato si leviga, le contaminazioni esigono spazio. Alla stessa filosofia–innovazione, qualità, presidio delmadein Italy – risponde la scommessa sulla formazione: da un quinquennio Valentino organizza i corsi per maestri caffettieri, quattro stepognunodeiquali articolatoconlezioni in aula e attività di laboratorio. Il messaggio è chiaro: niente improvvisazione, massima professionalità per chi deve maneggiare i prodotti Valentino, e poi metodo, tecnica, abilità, conoscenze. Perché è il dettaglio, spesso, che traccia la rotta e indirizza le storie aziendali.

Proprio come fu 70 anni fa, quando Gaetano ed Egidio Montefrancesco colsero lo spirito di un’Italia che stava cambiando. Lasciandosi alle spalle orzo,cicoria tostata e povertà.

Valentino Caffè

Viale Croazia n° 8 - 73100 Lecce
AMMINISTRATORE DELEGATO: Egidio Montefrancesco

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2016-12-01 16:01:17
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