Boccia: «La fabbrica torni al centro per dare più sprint al Paese»
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di Umberto Mancini
Presidente Vincenzo Boccia, facciamo un bilancio del 2016 dal punto di vista economico. Che anno è stato?  E cosa si aspetta per il 2017?
«Nel 2016 è aumentata l'incertezza politica, globale e nazionale. E nell'incertezza tutto diviene più difficile e si allargano i divari: tra Paesi, tra cittadini e tra imprese. Tutto accade a grande velocità e bisogna essere pronti ai rapidi cambiamenti che avvengono nei mercati e nelle tecnologie. Per capire quello che accade nel variegato mondo dell'economia non possiamo guardare solo alle medie di settore o ai dati di sintesi. Dobbiamo approfondire e scopriamo che, all'interno di una generale inversione della tendenza, le forbici si sono allargate accentuando la presenza di vincitori e vinti. E l'incertezza proseguirà anche nel 2017».

Parliamo del 2017.
«Di sicuro non potremo fare affidamento sul consolidamento della ripresa internazionale per rilanciare la nostra economia, ma dobbiamo agire all'interno per avere quella maggiore crescita che manca da oltre due decenni. È perciò urgente affrontare la questione italiana come questione industriale. La fabbrica deve tornare protagonista nelle azioni e nell'immaginario. Possiamo contare su uno straordinario vantaggio: la bellezza del Paese, unica al mondo, che va fatta diventare volano di sviluppo».

Quali saranno i principali nodi da sciogliere?
«Prima di parlare di nodi che abbiamo davanti dobbiamo chiederci quale futuro immaginiamo e se davvero vogliamo essere un grande Paese industriale puntando sulla competitività delle nostre imprese per produrre ricchezza e usarla per costruire una società più inclusiva e più giusta. La crescita per noi non è un fine, ma un mezzo. La questione industriale diventa centrale se pensiamo che quasi l'80% del nostro export e il 70% degli investimenti in ricerca e sviluppo provengono dall'industria. Per raggiungere obiettivi apprezzabili dobbiamo cambiare il modo di ragionare: decidere per prima cosa quali effetti vogliamo realizzare in termini di economia reale, poi individuare gli strumenti giusti e le risorse necessarie e, infine, intervenire sulla composizione del bilancio pubblico. Non possiamo intervenire sui conti pubblici prescindendo dagli effetti che vogliamo ottenere nell'economia reale. Nella consapevolezza che le risorse in un paese ad alto debito pubblico sono più scarse e preziose e che solo l'alta crescita può ridimensionare il debito».

Tra l'altro si profila anche un referendum sul Jobs Act.
«Berlino nei primi anni 2000 decise di puntare sulla sua industria ed è partita, all'epoca di Schroeder, con lo scambio salario/produttività che ha determinato una dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto del 30% più bassa dell'Italia. Il loro avanzamento ha fatto sì che la posizione relativa dell'Italia sia peggiorata, nonostante i progressi ottenuti in questi anni in molti campi. E il divario con l'industria tedesca aumenta. Per questo se dovessimo smontare riforme appena realizzate non avremmo futuro, perché i concorrenti avanzano, mentre noi arretreremmo».

Che cosa deve fare il governo per favorire la ripresa?
«Migliorare i tempi della giustizia e i rapporti con il fisco e la pubblica amministrazione, semplificare, attrarre e fidelizzare investimenti continuando a intervenire sui fattori di competitività come fisco, energia, credito, istruzione, formazione, infrastrutture, riqualificazione delle città. Generare un intervento organico di politica economica per permettere al Paese e alla sua industria di sprigionare tutte le energie. Serve una politica dell'offerta per generare più alto valore aggiunto, maggiori salari e più elevati consumi. La produttività a lungo andare è tutto».

Quali devono essere le principali strade da seguire per far crescere il Pil e l'occupazione? 
«Il Paese ha bisogno di un'unica politica economica, di un uso intelligente dei fondi strutturali, del rafforzamento al Sud di alcuni strumenti previsti dalla legge di bilancio, dell'avvio del Piano Industria 4.0. Dobbiamo reindustrializzarci, avendo in mente e perseguendo i grandi driver globali. Il Mezzogiorno va messo a regime non con politiche speciali, ma con speciali cura e intensità delle politiche. Occorrono mezzi adeguati e tempi certi per affrontare la delicata fase di transizione che riguarda le crisi aziendali su cui stiamo lavorando con Cgil, Cisl e Uil. Dobbiamo andare oltre le emergenze, definire un piano delle cose che si possono e devono fare subito e che siano coerenti con una visione di medio e lungo termine. Vediamo il rischio che in questo momento i partiti, la politica insomma, si occupino solo di legge elettorale e perdano di vista i fondamentali dell'economia reale». 

La Bce fa bene a proseguire la politica del Qe per stimolare i consumi e la crescita?
«Sì, fa bene. Ma teniamo a mente che non potrà durare per sempre. E la politica monetaria da sola non basta. Abbiamo una questione europea importante almeno quanto la questione italiana ed è la mancata convergenza tra politica monetaria, politica di bilancio e politica delle riforme che ci impedisce di crescere come dovremmo. Un'Europa che è il mercato più ricco del mondo, che ha un debito pubblico aggregato inferiore a quello degli Usa ma che è poco reattiva agli shock esterni e non riesce a stimolare positivamente la sua economia. Dobbiamo capire che la partita è tra Europa e resto del mondo e non tra stati d'Europa».

Confindustria spingerà al massimo sulle riforme?
«Mai come adesso abbiamo chiaro che i destini delle imprese sono legati ai destini del Paese e dell'Europa. E viceversa: solo con un sistema amico dell'impresa e dell'innovazione possiamo avere crescita da usare come strumento per contrastare povertà e migliorare il benessere dei cittadini. Noi imprenditori dobbiamo attrezzarci, nell'organizzazione e nella dimensione, a gestire una maggiore complessità in ogni fase della vita aziendale, avendo nell'innovazione la nostra stella polare. Continueremo a rappresentare le nostre imprese e lo faremo recuperando lo spirito del dopoguerra perché questa è una fase simile in termini economici, per gli effetti che abbiamo subito. Continueremo a sottolineare le criticità di sistema avanzando proposte capaci d'impattare sull'economia reale perché siamo consapevoli che il futuro delle imprese è il futuro di un'Italia migliore».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
2016-12-22 00:00:00
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