Deregulation, parola chiave nella strategia di Mr.Trump
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di Flavio Pompetti
Una rivoluzione senza precedenti, un'inversione di rotta totale, capace di fermare il corso della storia e riportare gli Stati Uniti e la loro economia sul tetto del mondo: «Let's make America strong again». Donald Trump ha promesso la luna ai suoi elettori: da una crescita turbo tra il 6 e l'8%, alla riapertura delle fabbriche della rust belt (la cosiddetta cintura della ruggine, epicentro della crisi dell'industria pesante) e il ritorno dei posti di lavoro persi con l'outsourcing. L'America e il mondo aspettano ora di vedere quali saranno le tappe di questa rinascita, e che conseguenze avrà sul resto dell'economia globale.

A giudicare dall'andamento della Borsa un mese e mezzo dopo l'elezione, c'è da dire che il mercato ha abbracciato con entusiasmo la promessa. Gli indici di Wall Street sono saliti del 10% circa dalla prima settimana di novembre guadagnando mille miliardi di valore, mentre il Dow Jones ha agguantato quota 20 mila, record di tutti i tempi. Alla base di tanta euforia non ci sono eventi aziendali particolari o dati esplosivi su investimenti e consumi. Dietro la frenesia che sta riversando una valanga di capitali sul mercato Usa c'è il gradimento per le tante nomine di amministratori business friendly che Trump propone, a cominciare dal poker di banchieri di Goldman Sachs: Steven Mnuchin (Tesoro), Gary Cohn (capo consigliere per l'Economia), Anthony Scaramucci (presenza chiave nella squadra di transizione) e Steve Bannon, che nella funzione di primo stratega della Casa Bianca sarà l'uomo più vicino al prossimo presidente. Queste presenze, accoppiate a quelle di un imprenditore come Wilbur Ross al Commercio, suggeriscono che il paese si aprirà nei prossimi mesi a una nuova deregulation, pari a quella lanciata da Ronald Reagan negli anni '80 del secolo scorso. Via gli orpelli burocratici, abbasso le norme che appesantiscono i conti industriali, via libera al pieno sfruttamento delle risorse naturali.

STRATEGIE
Sul fronte opposto delle inversioni di strategia ci sono invece le nomine di Ben Carson all'Edilizia popolare e quella di Andrew Puzder al Lavoro, che lasciano intravedere pesanti tagli di spesa sul welfare (Carson lo considera una droga che dà assuefazione e dipendenza a chi lo riceve) e sul costo d'impresa (Puzder è contrario all'innalzamento del salario minimo e alla contrattazione collettiva). L'altra coppia è quella di Tom Price che intende far sparire dalla sanità gran parte dei costi legati alla riforma obamiana, e di Tom Pruitt, il negazionista dell'effetto serra mandato a dirigere l'ente per la Protezione ambientale. Gli investitori di Wall Street vedono a ragione la strada spianata per il rilancio dell'imprenditoria, e si stanno posizionando per raccoglierne i frutti.

Trump si avvia su questa strada col vento in poppa di un'economia ai blocchi di partenza. Le più recenti analisi della Fed parlano di un'occupazione a pieno regime e di un'inflazione che nell'ultimo anno è passata dallo 0,7% all'1,6%. L'aumento dei tassi decisa mercoledì 14 dicembre è l'avvio di una marcia forzata che la Fed sembra intenzionata a percorrere il prossimo anno, fino a innescare la sequenza che dovrebbe fare da propulsore al Pil.
Trump vorrebbe una Federal Reserve molto più aggressiva, o meglio ancora tassi in presa diretta con il mercato senza mediazione federale. Il braccio di ferro tra lui e la presidente Janet Yellen potrebbe diventare una guerra, fino alla scadenza del mandato della direttrice nel 2018.

L'altra faccia della medaglia è però la trasformazione che la trumpnomics imprimerà al paese. Seguendo la strada aperta quarant'anni fa da Reagan, il presidente eletto ha detto che rilancerà l'economia a partire dal più grande investimento della sua generazione nel rinnovo delle infrastrutture, e che allo stesso tempo abbasserà le tasse al comun denominatore del 15 per cento. Questo vuol dire che l'operazione verrà fatta in debito, una materia che Trump da imprenditore edile conosce bene, anche se da presidente non potrà ricorrere con altrettanta facilità al suo contrappeso naturale: la disciplina fallimentare, che lo azzera quando la scommessa è perduta.
Il partito repubblicano, ossessionato dall'ammontare del debito pubblico dell'era di Obama, ha quindi prodotto un riformatore che porterà il debito a record ancora inesplorati. Allo stesso tempo Trump promette di spendere tutto il credito accumulato con anni di sacrifici finanziari per la difesa dell'ambiente. Cancellare l'accordo di Parigi e liberare carbone e petrolio dagli attuali vincoli produrrà sicuramente una ricchezza immediata, ma sposterà oneri insostenibili sulle prossime generazioni.

SPINTA INFLATIVA
In sintesi, è un'America più concentrata sui suoi interessi immediati e più isolata dal resto del mondo quella che Trump propone. L'auspicata galoppata dei tassi federali e la scalata di quelli bancari dovrebbero bilanciare la spinta inflativa che ha lanciato il dollaro ai massimi, e riaprire la porta all'export verso i mercati più maturi, in mancanza dei trattati di libero scambio.

A Occidente Trump guarda con un certo fastidio, come un fratello minore che non vuole più portare sulle spalle. In forse sono tutti gli strumenti di cooperazione internazionale e di ammortizzazione delle economie locali: dal Fmi alla World Bank, così come la disponibilità degli Stati Uniti di collaborare a risolvere le singole crisi di paesi lontani. Alla fine dei conti la rivoluzione promessa sembra piuttosto un disperato tentativo di fermare l'orologio della globalizzazione per tornare a un passato di Stato sovrano, cancellando il sogno di un'economia che lega i popoli, e li aiuta a crescere insieme.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
2016-12-22 00:00:00
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