La scommessa sugli incentivi fiscali
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di Oscar Giannino
Nel post 2008, le previsioni economiche hanno sempre più pesantemente scontato i limiti del modello macroeconomico dominante nella stragrande maggioranza delle banche centrali come delle maggiori istituzioni del mercato, dal Fondo monetario internazionale e il Wto. Insomma, i modelli neokeynesiani vanno ripensati.

Il modello Dsge, come si chiama in gergo tecnico, ingloba infatti troppe assunzioni macroeconomiche datate rispetto alla realtà, pesantemente influenzata dagli effetti esercitati ai quattro angoli del mondo dalle politiche monetarie e dagli andamenti delle maggiori valute mondiali, da comportamenti di risparmio e consumo del tutto diversi dalle aspettative razionali, dalla forza dominante che il mercato finanziario globale esercita rispetto a fondamentali reali che risultano nei fatti sovrastimati. L'effetto è che le previsioni economiche sono diventate ancor più aleatorie.

Questa premessa per dire che l'economia italiana nel 2017 potrebbe crescere anche dell'1,5% e persino qualche decimale in più. Ma potremmo invece realisticamente anche registrare nuove delusioni, per effetto di fenomeni internazionali non in nostro controllo. Cominciamo dal commercio mondiale. Da metà 2014 è iniziata una frenata che per l'Italia ha comportato un tasso inferiore di crescita del nostro export, nel post 2010 l'unico drive di ripresa italiana fino a che l'anno scorso non si sono manifestati i primi timidi segni di recupero della domanda interna, dei consumi e del reddito procapite.

L'andamento al ribasso delle commodities, la fuga di capitali riorientatisi verso gli Stati Uniti in attesa del rialzo dei tassi d'interessi da parte della Fed, il peggioramento della bilancia dei pagamenti e del saldo commerciale ha portato alla crisi di diversi grandi paesi emergenti, e a un rallentamento del commercio mondiale che ormai cresce stabilmente meno del prodotto mondiale. La notizia positiva è che questa tendenza è in esaurimento. I prezzi delle materie prime a cominciare dal petrolio hanno mostrato un trend di ripresa, e soprattutto è cambiata la musica negli Usa con la vittoria di Trump. I catastrofisti sono stati smentiti. Tutti ormai si aspettano una grande riforma fiscale che vedrà molte centinaia di miliardi di profitti delle multinazionali Usa oggi parcheggiati all'estero tornare verso il mercato nazionale, ergo una ancor più forte ripresa degli investimenti e della domanda interna, ergo ancora più importazioni verso gli Usa ed effetti positivi sul commercio mondiale.

Bene per noi e per il nostro export in Usa, anche se il dollaro più forte penalizzerà il prezzo del nostro export come quello dei paesi emergenti. Ma l'alto indebitamento in dollari di alcuni grandi paesi emergenti reggerà al dollaro forte? Se così non fosse, l'effetto positivo anche per l'Italia di una ripresa del commercio mondiale sarà viziato da svalutazioni competitive e da nuove instabilità finanziarie.

Quanto alla nostra domanda interna, la vera sfida del 2017 non è tanto sul fronte dei consumi delle famiglie, destinati ancora per anni a una ripresa molto moderata, fintantoché non ci sarà una significativa riforma fiscale dell'Irpef volta a sostenere il ceto medio oggi massacrato (l'aliquota del 38% scatta a 28 mila euro lordi di reddito). Il punto è invece come le imprese risponderanno sul fronte degli investimenti, reagendo alla corposa ondata di incentivi loro destinata con la legge di bilancio 2017. Stiamo parlando del credito d'imposta per attività di ricerca e sviluppo esteso fino a fine 2020, con l'aumento al 50% dell'agevolazione e l'innalzamento da 5 a 20 milioni di euro del massimo annuale riconosciuto a ciascun beneficiario. Stiamo parlando della proroga del superammortamento al 140% per gli investimenti in beni materiali strumentali nuovi. Stiamo parlando del nuovo iperammortamento per gli investimenti effettuati in beni materiali strumentali che favoriscono i processi di trasformazione tecnologica e/o digitale in chiave Industria 4.0. Stiamo parlando della proroga di due anni della legge Nuova Sabatini, per la concessione dei finanziamenti agevolati alle Pmi per l'acquisto di nuovi macchinari, impianti, beni strumentali e attrezzature. E poi ancora: gli incentivi fiscali per gli investimenti in start-up e il nuovo regime fiscale della cessione di perdite prodotte nei primi tre esercizi di attività di nuove aziende a favore di società quotate che detengano una partecipazione nell'impresa cessionaria di almeno il 20%.

Siamo oggi ancora indietro del 27% rispetto agli investimenti pubblici e privati italiani del 2007. I primi segni di ripresa degli investimenti pubblici, massicciamente tagliati negli anni di crisi, si manifestano nelle ferrovie e nelle infrastrutture, e vedremo quanto anche nella ricostruzione post terremoto del progetto casa-Italia. Ma la vera sfida è vedere se nel 2017 le imprese italiane approfitteranno in massa di questa nuova ondata di agevolazioni, per registrare una ripresa a doppia cifra degli investimenti. Molto conterà anche il diffondersi o meno di nuovi contratti di produttività tra imprese e sindacati: il problema numero uno e insieme il più trascurato dell'agenda pubblica italiana è proprio la produttività. La produttività media per occupato italiano, facendo 100 il livello del 2005, è scesa fino a toccare quota 95 nel 2013 e lì siamo ancora. In Spagna è salita a 110, in Germania a 107 e in Francia a 105.

Una grande incertezza per la crescita italiana è però rappresentata dal sistema del credito. Con oltre l'80% del funding alle imprese provenienti dal sistema bancario, e con oltre 100 miliardi di credito alle imprese ancora mancante rispetto ai livelli del 2007, se le prossime settimane e mesi ci riserveranno grossi guai, dal caso Mps ai nuovi capitali necessari alle 4 banche risolte nel novembre 2015, alle 2 banche venete, e magari anche a Banca Popolare Bpm e a numerose banche minori, allora l'effetto sulla crescita italiana sarà inevitabile. Il problema non sono tanto e solo gli interventi pubblici, da adottare nelle banche in coerenza alle regole europee. Il problema è che un sistema bancario inchiodato allo 0,1% di rendimento medio dei propri asset deve intraprendere una energica revisione del proprio modello gestionale e organizzativo per tornare a una redditività più elevata. Se continuerà a mancare, una cosa è certa: cresceremo meno di quel che potremmo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
2016-12-22 00:00:00
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