Sorpresa, anche il Sud ora si sente meno povero
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di Marco Fortis
Il tema del disagio economico degli italiani sta avendo grande spazio nei dibattiti di questa fine d'anno. Ma quali sono i dati reali di tale disagio? E sta aumentando o diminuendo? Oggi esistono molti indicatori sul rischio di povertà e esclusione sociale e l'Istat ne elabora alcuni di grande interesse. Guardando anzitutto alle serie storiche del disagio economico in termini aggregati, cioè con riferimento all'Italia nel suo complesso, possiamo constatare che la percentuale di italiani a rischio di povertà ed esclusione sociale (i cosiddetti poveri) era stata stabile al 25,6% nei sette anni dal 2004 al 2010. Poi, con la débâcle finanziaria, con il crollo dei titoli di Stato e delle azioni in Borsa e con la conseguente caduta della ricchezza delle famiglie, la percentuale di poveri nel 2011 è balzata in un sol colpo al 28,1%.

Il successivo aumento delle tasse, l'effetto esodati, il forte calo della domanda interna, dell'occupazione e dei redditi hanno infine fatto salire la percentuale di poveri al massimo storico del 29,9% nel 2012. Dunque, è un dato di fatto che il grande aumento della povertà in Italia si è prodotto soprattutto durante la crisi dello spread e il successivo periodo di austerità. Se poi confrontiamo la percentuale media di poveri del problematico triennio 2011-2013 con quella del biennio 2014-15, osserviamo che vi è stata una inversione di tendenza, con un calo dal 28,8% al 28,5%. Ma, soprattutto, rispetto al 2011-13 nel 2014-15 vi è stata una sensibile riduzione dell'1,1% (dal 12,6% all'11,6%) della percentuale di individui in severe condizioni di deprivazione (i cosiddetti deprivati), percentuale che è forse la sub-componente più critica dell'indice complessivo di povertà ed esclusione sociale (si veda il box a fondo pagina).

Certo, soprattutto al Sud e nelle Isole la percentuale di poveri è ancora molto elevata rispetto ai livelli del periodo 2004-2010 (salvo che in Calabria dove oggi si vivrebbe meglio che 10 anni fa). Ma progressi economici sono già avvenuti quasi ovunque nel Mezzogiorno. Prova ne è che nel biennio 2014-15 è fortemente diminuita, non solo al Nord-Centro ma anche nel Sud e nelle Isole, la sub-componente critica dei deprivati rispetto al triennio 2011-13. Tale percentuale è calata dall'8% al 7,6% nel Nord Ovest, dal 5,6% al 5,3% nel Nord Est, dall'8% al 7,9% nel Centro, dal 21,3% al 18,5% al Sud e dal 25,4% al 23,7% nelle Isole.

In particolare, rispetto agli anni dell'austerità nel Mezzogiorno i deprivati nel 2014-15 sono diminuiti dell'8,3% in Basilicata, del 5,3% in Calabria, del 4,3% in Molise, del 3,5% in Sicilia, del 3,2% in Campania e dell'1,3% in Puglia. Mentre sono lievemente cresciuti dello 0,3% in Abruzzo e aumentati in misura sensibile in Sardegna, del 3,8%, ma è l'unico caso in tutto il Mezzogiorno.

A testimonianza del miglioramento, sia pur faticoso, delle condizioni economiche nel Sud e nelle Isole, nel 2015 il Pil del Sud è cresciuto dell'1,1%, cioè quattro decimali in più della media italiana (+0,7%). E in alcune regioni meridionali come la Basilicata, l'Abruzzo e la Sicilia l'aumento del Pil lo scorso anno è stato addirittura da 4 a 2 volte superiore che al Nord. In aggiunta, dal punto di minimo dell'occupazione, toccato nel secondo trimestre 2014, i posti di lavoro nel Mezzogiorno sono cresciuti di 231 mila unità, 204 mila dei quali dall'entrata in vigore delle decontribuzioni e del Jobs Act.

Se poi guardiamo anche alle statistiche sul grado di soddisfazione degli italiani, il quadro si completa con una serie di dati abbastanza in linea con la diminuzione delle percentuali di poveri e deprivati. Infatti dal 2013 al 2016 i poco o per niente contenti della propria situazione economica sono diminuiti dal 58% al 47,7%, nel Nord dal 51,4% al 39,7%, nel Centro dal 57,1% al 46,8%, infine nel Mezzogiorno dal 67,5% al 58,9%.

Alla luce di questi dati, ancora critici ma in sensibile miglioramento, appare chiaro che il disagio economico resta un grave problema in molte aree del Paese, soprattutto nel Mezzogiorno, ma che esso è divenuto un tema alquanto strumentalizzato dalla lotta politica. In particolare, è difficile attribuire solo al disagio economico, come molti hanno fatto, la sconfitta del sì al referendum. Infatti, nel Meridione d'Italia tale disagio resta alto - e ciò può spiegare in parte il malcontento - ma è diminuito. Allo stesso modo anche al Nord e al Centro il disagio economico da solo non spiega il voto del referendum, se è vero che due delle regioni che presentano le più basse percentuali di poveri, cioè il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, hanno votato in misura preponderante per il No, mentre ciò non è accaduto altrove: non solo in Emilia-Romagna, in Toscana e in Trentino-Alto Adige, regioni con bassa percentuale di poveri dove il Sì ha vinto, ma anche in molte province della Lombardia e del Piemonte, dove il Sì ha avuto la maggioranza o ha ottenuto percentuali vicine al 50%.

Oltre al disagio economico, l'analisi politico-sociale del voto referendario dovrebbe dunque considerare la crescente contrapposizione tra governatori e sindaci di alcune regioni del Sud, da un lato, e il governo centrale, dall'altro. Il secondo è la crescente ondata di populismo-razzismo in alcune aree del Nord (obiettivamente non disagiate dal punto di vista economico) che ha fatto breccia non solo tra gli anziani ma anche tra parecchi giovani. Il terzo è la frustrazione e il disorientamento di molti risparmiatori travolti dalla crisi di Pop Vicenza e Veneto Banca: una crisi principalmente causata dalla irresponsabile gestione degli amministratori di quegli istituti, non dalla politica.

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2016-12-22 00:00:00
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