Statali, ultima chiamata per il rinnovo del contratto
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di Andrea Bassi
Pacta sunt servanda. I patti devono essere rispettati. Le speranze dei sindacati sono appese tutte a questo principio fondamentale del diritto. L'accordo sul rinnovo del contratto degli statali, raggiunto dopo sette anni durante i quali i lavoratori del pubblico impiego hanno visto congelate le loro buste paga, porta in calce la firma del governo Renzi. Un contratto, si potrebbe dire è un contratto. Ma il punto è che il documento firmato dall'ex ministro della Funzione Pubblica, Marianna Madia, da Susanna Camusso della Cgil, da Annamaria Furlan della Cisl e da Carmelo Barbagallo della Uil, non è il vero contratto.

È un verbale di accordo politico. In una compravendita immobiliare lo si potrebbe definire un preliminare d'acquisto. Che ora, però, andrebbe attuato. Per quanto possa essere difficile immaginare che il governo di transizione guidato da Paolo Gentiloni rinneghi l'aumento di 85 euro lordi mensili promesso da Matteo Renzi, è altrettanto vero che finalizzare quell'intesa non sarà semplicissimo. Anche se a far ben sperare i sindacati è la circostanza che il ministro Madia è stato riconfermato nel suo ruolo. Comunque sia ci sono alcune scadenze tecniche che sarà maledettamente complicato rispettare. E che potrebbero rischiare di riportare le biglie al punto di partenza. Il primo campanello d'allarme, del resto, è subito suonato. Uno dei punti dell'accordo firmato il 30 novembre scorso dal governo con i sindacati, prevedeva la stabilizzazione dei precari del pubblico impiego.

LA POSTILLA
La postilla era stata pretesa dalla Cgil durante le ultime ore di trattativa. Entro la fine dell'anno ci sono 42 mila lavoratori pubblici che vedranno scadere i loro contratti. La Camusso era riuscita ad ottenere che venissero tutti confermati in attesa di una stabilizzazione. Il problema è che la norma per confermare i precari, avrebbe dovuto essere inserita nella manovra. Dopo la caduta di Renzi, tuttavia, la legge di bilancio è stata blindata ed approvata in quarantottore, per evitare che deragliasse insieme al governo. Non è stato insomma possibile aggiungere nessuna norma al vagone della finanziaria. E questo è un problema, perché ha complicato, e di molto, il rispetto di uno dei punti dell'accordo politico sugli statali. L'unica via d'uscita, a questo punto, sarebbe inserire una norma ad hoc sui precari nel decreto milleproroghe che dovrebbe vedere la luce entro la fine dell'anno.
Prendere insomma ancora tempo in vista di una sistemazione definitiva il prossimo anno della questione.

GLI OSTACOLI
Un ostacolo, certo. Ma non quello più importante. Ci sono sul tappeto altre questioni che assomigliano sempre più ad un complicatissimo rompicapo. La più intricata è quella collegata alla modifica delle norme sul pubblico impiego che riguardano gli spazi riservati alla contrattazione e le modalità di assegnazione dei premi ai dipendenti. Si tratta della modifica delle norme volute dall'allora ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, e la cui entrata in vigore era stata sospesa fino alla firma del nuovo contratto collettivo degli statali. L'accordo tra governo e sindacati, prevede che queste regole vengano riscritte utilizzando un veicolo particolare, il decreto di riforma del pubblico impiego contenuto nella più ampia riforma della pubblica amministrazione che porta il nome del ministro Madia. Già con il governo in carica la riscrittura delle regole era una sorta di corsa contro il tempo. Il nuovo testo unico sul pubblico impiego, dovrebbe essere approvato entro febbraio. Poi c'è il rischio che la delega scada e che si debba ricominciare tutto daccapo. Con tempi lunghissimi. Il superamento della legge Brunetta, che tra le altre cose prevede che il 50% delle risorse economiche destinate ai premi dei lavoratori statali vadano al 25% dei dipendenti giudicati più bravi, mentre l'ultimo quarto di lavoratori pubblici non otterrebbe niente, è stato da sempre posto come una condizione imprescindibile per firmare il contratto.

Se quelle regole non vengono cambiate, l'accordo non c'è più, e nemmeno l'aumento da 85 euro. Che deve scontare, come se non bastasse, un ulteriore problema: quello delle risorse economiche. Il capitolo è delicato. E, ancora una volta, complicato. Per garantire 85 euro lordi mensili a tutti i 3,2 milioni di lavoratori del pubblico impiego, servono circa 5 miliardi di euro. Il bilancio pubblico ne deve trovare a regime la metà, 2,5 miliardi. Gli altri sono a carico delle Regioni e degli enti locali. Per il 2017 ci sono abbastanza soldi per far scattare un primo aumento di una quarantina di euro. Ma per il 2018 vanno trovati altri soldi per portare l'incremento delle buste paga fino ai famigerati 85 euro. Tanti soldi. Almeno altri 1,7-1,8 miliardi di euro. Il governo Renzi si era impegnato a reperirli. Ma si trattava di un esecutivo che aveva finanziato tutta la sua azione politica forzando le regole di bilancio europee, utilizzando spazi di deficit mai concessi a nessun altro esecutivo italiano. Bisognerà capire se il prossimo governo sarà in grado di fare lo stesso. Altrimenti, se l'Ue non concederà altra flessibilità, la manovra del prossimo anno, prima di pensare agli statali, dovrà occuparsi di disinnescare un aumento dell'Iva da oltre 19 miliardi di euro. E anche cento milioni in più potrebbero diventare un fardello difficilmente sostenibile per i conti. L'accordo con i sindacati rischia ancora di essere scritto sulla sabbia.

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2016-12-22 00:00:00
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