Un anno chiave sul fronte del debito
Immagine
di Marco Fortis
La sfida del Governo Gentiloni nel 2017 sarà proseguire il disegno avviato nel triennio 2014-2016 dal governo Renzi. I ministri chiave dell'economia del nuovo governo sono gli stessi che hanno ben operato nel precedente e a loro rispettivamente competeranno, in un'ottica di continuità, la sempre difficile quadratura dei conti pubblici. Ma non solo questo sarà il loro compito.

Ma non solo. Per esempio la grande scommessa dell'Industria 4.0, l'ulteriore rilancio delle infrastrutture, dell'agricoltura e dell'occupazione, oltre alla cura del Sud, il grande malato per il quale è stato istituito un ministero ad hoc. Ma non sarà facile, per il governo Gentiloni, accelerare la crescita dell'economia nazionale oltre i livelli attuali, così come non lo è stato per il Governo Renzi. Per due ragioni precise: una riguarda il passato, l'altra il contesto attuale e la sua possibile evoluzione.

Dal passato, e segnatamente dal triennio 2011-2013, il governo Renzi aveva ereditato una situazione economica grave, con un mix di crisi finanziaria e di crollo del Pil e dell'occupazione. E con un ampliamento drammatico dei divari sociali e territoriali. Durante i suoi 1000 giorni, Renzi si è poi trovato a gestire con il ministro Padoan anche la patata bollente della crisi di alcune banche, parimenti ereditata dal passato (incluse le mancate scelte di salvataggio), e il dramma del terremoto in Italia centrale, mentre il rallentamento dello scenario economico internazionale ha progressivamente fatto venir meno la spinta dell'export alla crescita.

A sua volta, il momento attuale e lo scenario che abbiamo davanti si caratterizzano per una persistente debolezza delle economie emergenti, che difficilmente ridarà fiato nel breve termine a Paesi esportatori come l'Italia, a cui si aggiungono le molte incertezze legate alla Brexit, alla politica economica del neo eletto presidente Trump e agli sviluppi delle stesse politiche monetarie della Fed e della Bce. Si aggiungano i possibili impatti sull'economia europea delle importanti elezioni politiche in Germania e Francia, oltre che in altri Paesi, e si avrà un quadro preciso di quanto possa essere complicato per il governo Gentiloni il rebus economico-finanziario del 2017.

Il governo Renzi lascia però in eredità riforme strutturali ed interventi di politica economica che hanno ridato fiato alla nostra economia. Molti ritengono che alcune scelte siano state sbagliate, che la crescita sia troppo debole; alcuni negano persino l'evidenza di circa 600 mila nuovi posti di lavoro creati in appena 10 trimestri. Tant'è che alla fine sembra fare più notizia l'aumento di 10.000 licenziamenti per giusta causa tra il 2015 e il 2016 che, al netto di essi, la generazione di ben 438.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato dal febbraio 2014 all'ottobre 2016, di cui 351.000 dal momento dell'entrata in vigore delle decontribuzioni e del Jobs Act.

Ma al di là delle tante opinioni diverse sull'economia e dei problemi ancora acuti - soprattutto sul fronte del disagio economico e dell'allargarsi delle disuguaglianze - la politica economica del governo Renzi ha avuto una sua razionalità che sarà probabilmente più apprezzata nel tempo che non nell'attuale momento caotico post-referendario e di forte tensione sul piano politico. Conoscere che cosa è realmente accaduto all'economia italiana nel 2014-16 è importante per capire da quali basi possa partire il nuovo governo Gentiloni per continuare a costruire nel 2017.

Semplificando al massimo potremmo dividere il periodo del Governo Renzi in due fasi: 1) dal secondo al quarto trimestre 2014; e 2) dal primo trimestre 2015 al terzo trimestre 2016. La prima fase è stata caratterizzata dalla fine della recessione che tuttavia non fu istantanea e uniforme ma ebbe non pochi strascichi negativi inerziali nello stesso 2014. Tra il secondo e il quarto trimestre 2014, infatti, il Pil crebbe cumulativamente solo dello 0,1% e i consumi delle famiglie dello 0,7%, mentre gli investimenti in capitale fisso lasciarono sul campo ancora l'1,2%; il valore aggiunto dell'agricoltura continuò a calare (-3,4%), così come il valore aggiunto della manifattura (-0,7%) e soprattutto quello delle costruzioni (-5%). Solo commercio, trasporti e turismo fecero registrare una crescita degna di nota (+1,3%), sulla spinta di un primo risveglio dei consumi a loro volta stimolati dalla prima misura significativa del nuovo governo, gli 80 euro.

Tutto cambia, però, ed accelera a partire dal 2015, quando la politica economica del governo Renzi si completa: dalle decontribuzioni e il Jobs Act alla conferma degli 80 euro e alla eliminazione della tassa sulla prima casa, dalle misure per gli investimenti finalmente a regime (nuova Legge Sabatini e super-ammortamento) al credito di imposta sulla ricerca e al Patent box, dalla riduzione delle tasse sull'agricoltura ai sostegni all'export e all'internazionalizzazione. Dal primo trimestre 2015 al terzo trimestre 2016, infatti, il Pil cresce cumulativamente dell'1,6%, i consumi del 2,6%, gli investimenti del 3,9%. Dal lato della generazione del valore aggiunto, l'agricoltura innesta la quarta (+6,7%), l'industria manifatturiera italiana cresce quasi il doppio di quella tedesca (+2,9% contro +1,6%), le costruzioni finalmente invertono la tendenza (+1%), si riprende anche il settore immobiliare (+0,6%) e il commercio interno prosegue (+1,6%). Vanno male solo le comunicazioni e le banche. Ma la ripresa è stata finalmente agganciata. E senza compromettere i conti pubblici nonostante le concessioni sulla flessibilità ottenute a Bruxelles, tant'è che a fine 2016 il rapporto debito pubblico/Pil si è stabilizzato.

Quale è il problema allora? Che l'economia e l'occupazione hanno fatto uno scatto, ma è ancora poco per sanare le profonde ferite della lunga recessione. Sicché forse anche per questo il governo Renzi ha strapagato lo scotto del No al referendum. Ma quanto di buono è stato prodotto nel biennio 2015-16 è un valore su cui investire e a cui dare continuità. La crescita è ancora troppo bassa? In realtà, in base agli ultimi dati Eurostat, tenendo invariati i consumi finali della Pubblica amministrazione ai livelli del quarto trimestre 2014, nei sette trimestri successivi il divario di crescita del Pil tra l'Italia e le altre maggiori economie dell'Eurozona si è ulteriormente ampliato, ma stavolta a favore dell'Italia (+1,7% il nostro aumento cumulato) rispetto a Francia (+1,5%) e Germania (+1,4%). Come dire che senza la spesa pubblica Roma in questo momento sta marciando più forte di Parigi e persino di Berlino.

Perché l'Italia cresca di più nel 2017 è necessario che le riforme proseguano. Ma serve anche uno scatto dell'Europa, una politica comunitaria di maggiori investimenti in infrastrutture, nuove tecnologie e ricerca. Purtroppo, l'attesa delle elezioni tedesche e francesi in calendario nell'anno che viene rischia di immobilizzare Bruxelles e rappresenta per l'economia europea una incognita non inferiore a quella del litigioso scenario politico italiano.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
2016-12-22 00:00:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA
CONDIVIDI NOTIZIA

PER POTER INVIARE UN COMMENTO DEVI ESSERE REGISTRATO

Se sei già registrato inserisci username e password oppure registrati ora.



0 commenti presenti
CERCA
promo
Facile.it
TUTTOMERCATO