Usa, commercio a rischio con il nuovo paradigma
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di Anna Guaita
La Cina anzitutto. A più di un mese dall'insediamento alla Casa Bianca, è già chiaro che Donald Trump farà della Cina il primo bersaglio della guerra che intende promuovere sul fronte economico internazionale. La telefonata con la presidentessa di Taiwan, Tsai Ing-Wen, è stato un incidente diplomatico rilevante, ma agli occhi del Trump campione del negoziato era solo una manovra tattica per spingere l'avversario cinese all'angolo, e poi da lì invitarlo a centro ring per la vera trattativa: quella che riguarda la valutazione del cambio tra juan e dollaro, e l'altra sui dazi che colpiscono l'invasione delle merci cinesi in Usa. Dall'ingresso della Cina nel Wto nel 2001, il volume delle esportazioni americane verso il paese asiatico è cresciuto del 500%; quello delle importazioni negli Usa di prodotti made in China del 396%.

Su base puramente percentuale è stata quindi l'America ad avvantaggiarsi, ma l'invasione del made in China in America nel 2001 era già avvenuta, e la bilancia anche oggi pende pesantemente a vantaggio di Pechino, che nel 2015 ha esportato per un valore totale di 447 miliardi di dollari contro i 161 miliardi che la Cina ha importato dagli Usa. A complicare il quadro, le due economie sono incrociate da investimenti industriali di valore asimmetrico: le aziende americane hanno puntato 65,8 miliardi di dollari sulla produzione in Cina, gli asiatici hanno investito solo 9,5 miliardi negli Usa. A conti fatti, entrambi hanno molto da perdere da una guerra condotta a colpi di ritorsione, e l'amministrazione americana dovrà stare attenta a non tirare la corda oltre il limite di rottura. Si è già visto che quando Trump gioca con la visione di Una Cina, Pechino risponde con la minaccia di azzerare i contratti con la Boeing che in quel paese raccoglie il 25% del suo fatturato, oltre che con la promessa di rendere la vita difficile alle case d'auto americane, tutte presenti sul mercato cinese.

LE TRATTATIVE
A sud del Rio Grande, Trump continua a fare la voce grossa con il Messico quando parla di Nafta, e ha già dato peso alle sue parole in un paio di casi: nella trattativa per il salvataggio in Indiana di posti di lavoro destinati oltre il confine dalla Carrier, e in un'altra, fallita con la Ford, nel tentativo di bloccare il trasferimento di una linea di montaggio delle utilitarie della casa in un nuovo impianto a San Luis Potosì. La pressione continuerà a crescere perché Trump deve ai suoi elettori una conferma della promessa di fermare l'emorragia di posti di lavoro attraverso la frontiera. Ma al momento di designare uno specialista degli scambi nella sua squadra di transizione, Trump ha scelto Rolf Lundberg, un lobbista che ha difeso il Nafta contro gli attacchi che il presidente eletto ha mosso nell'ultimo anno.

Parte della cautela riguarda il terzo partner del trattato: il Canada, del quale si è poco parlato ma che molto pesa nei rapporti fra i tre Stati. Tre quarti dell'export canadese finisce negli Usa e 2,5 milioni di posti di lavoro in Canada sono legati allo scambio con gli Usa, lungo una linea di confine che ogni giorno è attraversata da 400.000 persone. La bilancia è piatta con quasi 300 miliardi di valore di merci in movimento nelle due direzioni, e alterarla non conviene a nessuno.

POLITICA ENERGETICA
Tanto più ora che la nuova amministrazione di Washington si appresta a disegnare la politica energetica americana per i prossimi anni, e che l'idea mai sepolta di portare il petrolio canadese a basso costo a Saint Louis attraverso l'oleodotto Keystone, promette di tornare viva nell'agenda di governo. Trump vorrà però in cambio maggior chiarezza sui prezzi dei beni importati dal Canada: latte lavorato, legname, e carne di manzo, sui quali pesa il sospetto di incentivi statali che avvantaggiano i produttori rispetto alla concorrenza americana.

Anche l'Europa guarda con preoccupazione lo sviluppo della prossima strategia americana. Se il Trump della campagna elettorale va preso alla lettera, una guerra a base di sanzioni è alle porte, e le economie comunitarie ne risentirebbero immediatamente. Gli Usa assorbono solo il 14% delle esportazioni europee, ma l'anno passato questa quota ha rappresentato il 40% della crescita delle vendite estere della comunità. Se la porta di accesso si fa più stretta, ne risentiremo tutti con una crescita ridotta, potenzialmente ancora più bassa rispetto all'1,5% delle più recenti stime provenienti da Bruxelles. E in tema di sanzioni ci sarà prima di tutto da valutare una risposta europea nel caso in cui l'America di Trump si defilasse dagli accordi di Parigi sul controllo climatico.

L'indomani del voto americano e prima della sconfitta nelle primarie conservative francesi, Nicolas Sarkozy era stato il primo leader europeo a proporre una carbon tax tra l'1 e il 3% sulle importazioni dagli Usa, per compensare i maggiori costi che i paesi comunitari dovranno affrontare applicando i termini del trattato. Trump ha inoltre incoraggiato i sostenitori della Brexit e li ha rassicurati che lo stato di partner privilegiato degli Usa sarebbe stato accordato alla Gran Bretagna anche dopo l'uscita dall'Europa. Un accordo separato tra i due potrebbe avere un ulteriore effetto di compressione sugli scambi con il resto della Ue. Di tutto questo dovrà infine tenere conto Mari Draghi quando a marzo si troverà a fare il punto per capire in quale direzione orientare l'azione della Bce. Vista la centralità degli scambi con gli Stati Uniti, lo stato dei rapporti tra i due partner in quella data sarà un punto di riferimento fondamentale per la sua decisione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
2016-12-22 00:00:00
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