Avanza l'Europa di Macron ma c'è nebbia all'orizzonte
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di Antonio Pollio Salimbeni
Negli ultimi mesi è emersa chiaramente la difficoltà dell'Unione europea a restare al centro dell'agenda politica globale. È come se non trovasse più il suo posto in un teatro sempre più affollato da contendenti smaniosi. A Ovest un Donald Trump impegnato a mettere in pratica il principio American First senza andar troppo per il sottile. A Est un Putin mai come ora impegnato in una escalation politica per trarre il massimo vantaggio del ruolo giocato in Siria, a tessere una tela con Turchia ed Egitto per consolidare la rete di alleanze in quell'area e non solo. Forte anche del ruolo chiave nel mercato del petrolio: l'Opec non può più fare a meno di Mosca per pilotare i prezzi del barile. Su un solo argomento l'Europa si fa sentire in questa fase: le relazioni commerciali con Usa e Cina, tema ricco di ambivalenze, un coacervo di interessi diversi sui quali i diversi attori convergono e divergono. Italia, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna hanno reagito duramente alla riforma fiscale americana in discussione al Congresso, che prevede la tassazione delle multinazionali non Usa in violazione degli accordi internazionali e con effetti distorsivi su commercio e mercati finanziari. Si profilano battaglie legali all'Organizzazione mondiale del commercio. Nello stesso tempo a Bruxelles e a Francoforte c'è allarme per l'indebolimento della regolazione finanziaria oltre Atlantico. Verso la Cina la Ue rafforza le difese antidumping per frenare l'arrivo di merci sovvenzionate e a prezzi stracciati: Pechino continua a scaricare sull'Europa la produzione in eccesso (nell'acciaio è quasi pari a quella Ue). Divisi su quasi tutto, Ue e Usa concordano sulla necessità di far blocco per convincere la Cina a cambiare linea. Però mentre gli Usa agiscono per via unilaterale, la Ue ricorre sì a dazi più alti, ma difende il modello multilaterale di soluzione delle controversie che Trump ritiene un ostacolo all'American First.

Ha molto peso in questa fase l'iperattivismo di Emmanuel Macron, ora protagonista centrale del discorso internazionale europeo, dalla Siria/Medio Oriente al tentativo di stabilire con Trump una relazione speciale ma sulla base degli interessi europei, alla difesa degli impegni globali sul clima stracciati dalla Casa Bianca. Conta la carica innovativa della leadership del presidente francese sotto lo slogan France is back, parola d'ordine ripetuta quasi ossessivamente in tutte le sedi internazionali. Ma a far la vera differenza è la sospensione politica in Europa dovuta alla paralisi tedesca e all'indebolimento di Angela Merkel, in seria difficoltà a comporre una coalizione di governo. Specialissima situazione che sta congelando i principali dossier politici e legislativi aperti nella Ue.

Che il solitario protagonismo di un leader possa essere la modalità della politica europea nel 2018 e oltre è dubbio. E qui si arriva al paradosso. La Ue comincia il nuovo anno in una situazione apparentemente buona se paragonata ai neri periodi della crisi greca: l'economia cresce a ritmi superiori al 2%, l'occupazione è ai massimi storici; l'onda politica anti-Ue si è indebolita a causa dei guai cui sta andando incontro il Regno Unito e della vittoria di Macron in Francia. Però, nonostante i passi fatti verso l'avvio della cooperazione stretta nel settore della Difesa, nonostante i tanti progetti di rafforzamento della coesione interna e di avanzamento dell'Unione monetaria per rendere l'euro più resistente ai prossimi choc, è come se lo sforzo volontaristico espresso un anno e mezzo fa dalla Ue dopo Brexit fosse rimasto a mezz'aria. La Ue non riesce a uscire dal pantano originato da una crisi economica che ha reso fragili le comunità, nutrito le pulsioni nazionaliste e populiste, e dalla difficoltà di darsi in tempi rapidi una nuova prospettiva politica.

Le difficoltà si chiamano Brexit innanzitutto, poi i flussi migratori che hanno cambiato le agende politiche di tutti. Da Brexit, la Ue potrebbe uscire con meno danni di quelli temuti, ma un Regno Unito a rischio di smottamento istituzionale con Scozia, Galles e Londra pronti a mettersi sulla scia dell'Irlanda del Nord per restare attaccati al mercato unico, diventerebbe automaticamente un problema continentale visto il suo peso politico, finanziario e militare.

LA CRISI DEI MIGRANTI
La crisi dei migranti, finora solo tamponata, richiede responsabilità, solidarietà e visione politica di lungo periodo e tutti e tre questi elementi oggi sono deficitari. Alla classica divisione tra fronte del Nord' e fronte del Sud' sulla politica economica e dei bilanci pubblici, che peserà notevolmente sul negoziato per il rafforzamento dell'Eurozona, si affianca la nuova linea di faglia tra Est e Ovest. Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca non accettano i profughi provenienti da Italia e Grecia e dovranno risponderne alla Corte di Giustizia. Il premier ungherese Orban conduce una politica contrassegnata da xenophobia e tentazioni illiberali. Il governo polacco espugna' le istituzioni indipendenti nazionali: se dovesse negoziare adesso l'ingresso nella Ue troverebbe la porta chiusa perché non ne rispetta le regole del diritto europeo. Sempre più problematico il rapporto tra Ue e Cina: economie e poteri pubblici europei hanno fame di capitali cinesi, si esporta e si produce molto in Cina, ma la Cina sta ampliando notevolmente la propria influenza politica espandendosi rapidamente nel nuovo mercato dell'Est europeo: Ungheria e Polonia soprattutto. Poi Serbia. Più a sud c'è la Grecia, dove gli interessi cinesi sono preponderanti nelle infrastrutture di trasporto (acquisizione del porto del Pireo), energetiche e di telecomunicazioni.

In un contesto così frastagliato, è difficile mantenere e inventare linee di azioni comuni quando le divergenze riguardano il grado e il livello di integrazione (vale per l'unione monetaria), la distribuzione e la condivisione dei poteri (l'eterno tira e molla tra il modello intergovernativo della Ue e il modello comunitario), la sfera esterna' degli interessi nazionali (rapporti con la Russia, sotto sanzioni Ue per la vicenda Ucraina, a partire dalle relazioni energetiche, capitolo importantissimo per la Germania quanto per l'Italia). Il ruolo che la Ue potrà svolgere sulla scena globale dipenderà essenzialmente dalla capacità di superare le divergenze sulle prospettive, scommessa tutta aperta. Se ci mettiamo pure che nel 2018 ci saranno elezioni di vario tipo in 10 Stati membri, Italia, Cipro, Belgio, Repubblica ceca, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia, Svezia, tutto gioca nel senso del minimalismo nelle scelte strategiche.

L'Italia è una delle incertezze del quadro europeo: se e come sarà sciolta dipenderà dal voto di marzo. Fa gioco l'attivismo di Macron, ma la relazione con la Francia si sta caratterizzando più come cooperazione competitiva con qualche colpo basso su molti fronti (industria, finanza, Libia) che non riassumibile nello schema dei terzetti' o dei quartetti' (con Germania e Spagna a seconda dei temi). La relazione privilegiata con Berlino resta imprescindibile dal punto di vista politico come economico-commerciale: l'Italia è uno dei paesi che guadagna quanto più la Germania esporta essendo grande fornitrice di beni intermedi alle imprese tedesche. Se davvero il tema Europa sarà l'amalgama della coalizione di governo a Berlino, ciò aiuterà l'Italia a patto che a Roma ci siano orecchie per sentire. Però è meglio non farsi illusioni che ci saranno scorciatoie: qualsiasi avanzamento dell'Unione monetaria non potrà non fondarsi sul rispetto dei patti.

 
2017-12-21 00:00:00
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