Giochi on line, riot games, app: il futuro non attende il Fisco
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di Giovambattista Palumbo*
Come vengono intercettati in Italia i (notevoli) proventi derivanti dai videogiochi (in particolare on line), compresi quelli relativi alla creazione dei software e delle app? In questo settore gli incrementi maggiori sono stati osservati in aziende come Apple e Google, con aumentati di fatturato del 28% e del 30% rispetto allo scorso anno, principalmente dovuti al boom dei giochi sulle piattaforme mobile. Ma basta vedere la classifica delle prime 20 società per livello di proventi (1. Tencent 2. Microsoft 3. Sony 4. Electronic Arts 5. Activision Blizzard 6. Apple 7. Google 8. NetEase 9. Warner Bros. 10. King 11. Nexon 12. Nintendo 13. Mixi 14. GungHo 15. Take-Two Interactive 16. DeNa 17. Square Enix 18. Disney 19. Facebook 20. Konami) per rendersi conto che non c’è neppure un’italiana.

E la posizione di Tencent al primo posto (con un volume complessivo di 4.239 milioni di dollari!) è anche legata al fatto che tale società (cinese) possiede la maggior parte dei giochi online Freemium. Giochi che è possibile scaricare e avviare gratuitamente, ma che durante la partita offrono la possibilità di ottenere potenziamenti e bonus attraverso denaro reale, con la formula degli “acquisti in-app”.

E a chi vanno tutti questi proventi? E chi e come ci paga le tasse? Una volta che un’applicazione viene sviluppata, per venderla, la si deve pubblicare sul negozio online della società relativa al sistema operativo mobile usato; se si fa un’app per Android, la si cercherà di vendere sull’Android Market di Google, se si sviluppa un’app per iPhone, la si pubblicherà sullo store online di Apple. Pertanto, la prima cosa che deve fare uno sviluppatore di applicazioni mobile per poter vendere i suoi prodotti è di siglare una sorta di contratto, chiamato Developer Program, proposto dalla società del negozio online dove si pubblicherà l’applicazione, quindi Google o Apple (o eventualmente qualche altra società, se si sviluppano applicazioni per altri sistemi operativi mobile).

Ma chi è la controparte in questo contratto, ovvero, chi è la società con cui si fa l’accordo per vendere le proprie applicazioni? Per Google Android, c’è un un’unica controparte costituita da Google Inc., che è società americana extra UE. Per Apple, nel caso in cui l’applicazione caricata sul negozio online di Apple venga acquistata da un utente che vive in un paese dell’Unione Europea, la controparte del Developer Program è una società di Apple che si chiama iTunes sarl, la cui sede è in Lussemburgo. Nel momento in cui un utente acquista un’applicazione di uno sviluppatore italiano sull’Apple Store o sull’Android Market, dell’importo speso dall’acquirente per l’acquisto dell’applicazione, le società di Apple e Google Inc. trattengono una certa quota percentuale (per esempio il 30%) e versano allo sviluppatore il resto. Dato l’esplodere del fenomeno, se non adeguatamente controllato o regolamentato, il danno per l’Erario potrebbe quindi essere molto rilevante. Anche considerato che se gli sviluppatori non hanno aperto una partita Iva e si fanno magari versare i proventi su un conto estero (con operazione estero su estero), sono praticamente dei “fantasmi” per il Fisco italiano.

In conclusione, tra mancata tassazione degli store di giochi on line di Google e Apple che hanno sede all’estero (senza considerare quelle altre società di cui mai neppure si parla, cinesi compresi e che fanno guadagni di miliardi di Euro, anche in Italia), mancata tassazione dei proventi guadagnati dagli sviluppatori italiani di giochi on line e app, mancata tassazione Iva (se gli sviluppatori neppure aprono partita Iva o comunque se l’operazione viene fatturata a società extraeuropea), etc etc, il danno per l’Erario potrebbe essere molto rilevante. Nel 2016, del resto, il mercato delle App ha costituito circa il 2,5% del PIL italiano (pari a circa 40 miliardi di Euro). Perché allora non pensare all’applicazione di una ritenuta di imposta da parte degli store on line al momento della corresponsione agli sviluppatori dei proventi sulle vendite dei giochi on line e delle app? Uno scoglio all’ipotesi dell’applicazione di una ritenuta da parte della piattaforma era, fino ad oggi, la mancanza di una stabile organizzazione in Italia da parte delle piattaforme estere.

Eppure, ora che la stessa Agenzia delle Entrate (con Risoluzione del 07.09.2016) ha indicato come necessaria l'identificazione diretta o la nomina di un rappresentante fiscale per le piattaforme online che prestano servizi di intermediazione, si apre senz’altro la possibilità, per le stesse piattaforme, di occuparsi anche degli adempimenti dichiarativi e di versamento (anche di quelli che esulano dal campo Iva), rendendo la piattaforma un soggetto idoneo ad assolvere ogni adempimento fiscale, compresa l'applicazione di ritenute sui compensi corrisposti (in questo caso) agli sviluppatori di programmi per giochi. Quanto invece al problema della mancata residenza in Italia delle piattaforme di vendita di Google, Apple (ma anche delle altre, come la cinese Tencent) etc, resta sempre la digital tax, magari sulla scorta di quanto già fatto in Gran Bretagna con la Diverted profit tax. Ma questo è un altro capitolo.

*Direttore Osservatorio Politiche Fiscali Eurispes
2017-04-04 15:38:12
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