L'Italia chiude in deflazione, ma adesso i prezzi ripartono
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di Andrea Bassi
ROMA Il 1959 è stato un anno denso di avvenimenti. Fidel Castro divenne primo ministro a Cuba. La Cina mise la parola fine all'indipendenza del Tibet. Nei negozi arrivò la prima Barbie. E in Italia i prezzi dei beni di consumo diminuirono rispetto all'anno precedente. Da quel momento in poi, per i successivi 56 anni, non hanno fatto che crescere. Per molto tempo anche a due cifre. L'anno appena concluso, invece, ha riportato indietro le lancette dell'orologio di undici e passa lustri: per la prima volta dal lontano 1959, ha informato ieri l'Istat, i prezzi al consumo nel 2016 sono diminuiti. Solo di uno 0,1% rispetto al 2015, ma abbastanza per portare il Paese nella temuta deflazione. Temuta sopratutto da chi, come l'Italia, ha un enorme debito pubblico. L'inflazione anno per anno aiuta a sgonfiarlo facendo salire il Prodotto nominale (Pil) del Paese. Senza inflazione il fardello diventa sempre più pesante. Fin qui, insomma, la notizia diffusa ieri dall'Istat non è delle migliori. Ma c'è un altro dato che fa ben sperare. I prezzi al consumo a dicembre, sono rimbalzati dello 0,4%, portando l'inflazione rispetto all'anno precedente, al +0,5%. Non è bastato a far chiudere l'intero 2016 con un segno più, ma il dato ha comunque sorpreso in positivo gli analisti che non si aspettavano un rimbalzo simile. A spingere i prezzi verso l'alto è stato soprattutto l'aumento del prezzo del petrolio dopo l'accordo di novembre all'Opec che ha deciso un taglio della produzione. Il costo dei trasporti è aumentato dell'1,4%, a causa del caro-benzina. A dicembre sono aumentate anche le spese per cultura e tempo libero, ma si tratta di aumenti stagionali legati soprattutto alla vendita di pacchetti vacanza per la montagna. Gli unici beni che hanno visto ridursi i prezzi sono la ristorazione, i servizi ricettivi, e la vendita di bevande alcoliche e tabacco. Sono aumentati, invece, i prezzi degli alimentari, soprattutto a causa dei prodotti vegetali freschi. L'inflazione di fondo, quella cosiddetta «core», cioè depurata dai beni soggetti ad una più elevata volatilità dei prezzi, come i prodotti energetici, è rimasta in territorio positivo (+0,5%), ma meno che lo scorso anno (+0,7%).

LA NORMALIZZAZIONE
I dati, insomma, sono in chiaroscuro. «La risalita in corso», spiega Paolo Mameli, senior economist di Intesa San Paolo, «è attesa continuare nei prossimi mesi, e si tratta di un segnale di normalizzazione. Tuttavia», spiega, «sarà molto lenta». Per il 2017 l'aspettativa dell'analista è di un aumento generale dei prezzi dell'1%. Dopo tre anni di sostanziale stagnazione, è comunque un buon segnale. Ma con delle avvertenze. A spingere l'inflazione, come detto, è soprattutto l'aumento del petrolio. I redditi sono ancora stagnanti. In mancanza di aumento di occupazione o dei salari la deflazione, comunque, difende il potere di acquisto delle famiglie. L'inflazione lo erode. L'altra incognita riguarda la Bce e il suo programma di acquisto dei titoli pubblici, compresi quelli italiani, che sta tenendo basso il costo degli interessi sul debito. Francoforte, per prendere le sue decisioni, non guarda al dato italiano, ma a quello europeo. A dicembre l'Eurozona ha registrato una forte accelerazione dell'inflazione, salita all'1,1%. L'indice dei prezzi tedesco è addirittura balzato dell'1,7%, il maggior aumento da quando vengono pubblicati i dati armonizzati. Questo ha fatto subito affilare gli artigli ai falchi, che hanno iniziato a chiedere a Draghi di rivedere il programma di acquisto di titoli pubblici. Una decisione in questo senso potrebbe mettere in difficoltà l'Italia. Il Quantitative easing tiene contiene gli interessi che Roma paga sul debito pubblico, che sono scesi dai quasi 90 miliardi del 2012 ai 66 miliardi di quest'anno. Per il prossimo anno il Tesoro stima una ulteriore riduzione a 63,5 miliardi. Difficile che Draghi riveda la decisione appena presa di prorogare per tutto il 2017 l'acquisto dei titoli.
Anche perché ha sempre spiegato che l'inflazione deve attestarsi stabilmente vicino al 2%. Una fiammata, insomma, non basta. Ma di certo sarà difficile decidere nuove misure.
2017-01-05 00:00:00
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