La Voragine, un libro svela la storia della folle scommessa dei derivati di stato
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Più di 23 miliardi di euro. È questa la cifra che lo Stato italiano ha perso in soli quattro anni, dal 2011 al 2015, sui contratti derivati sottoscritti dal Tesoro con grandi banche d'affari internazionali. Un fiume di denaro destinato a ingrossarsi. A svelare la storia e i dettagli inediti della folle scommessa dei derivati di Stato, un affare complicato fatto di speculazioni, commissioni occulte e righe scritte in un corpo leggibile solo con la lente d’ingrandimento, è un volume in libreria da oggi: La Voragine di Luca Piana (Mondadori, 168 pagine, € 17,00). Ne anticipiamo un brano.


di Luca Piana
Tutto è cominciato con una nota di due righe scritta in caratteri microscopici. Era riportata in fondo alla tabella numero 14 pubblicata dalla banca d’affari americana Morgan Stanley tra gli allegati del bilancio relativo all’anno 2011. La breve annotazione, praticamente invisibile a chiunque non avesse voglia di spendere qualche ora a studiare il documento, doveva rendere conto di un fatto che per gli azionisti poteva essere molto importante, ma che, evidentemente, l’istituto non aveva voluto pubblicizzare in maniera più vistosa. Diceva che, nel giro di pochi giorni a cavallo del Capodanno 2012, i rischi a cui Morgan Stanley era esposta negli affari condotti in Italia erano drasticamente diminuiti. Se il 31 dicembre 2011 ammontavano a 4,9 miliardi di dollari, tre giorni dopo, per la precisione il 3 gennaio 2012, erano scesi di colpo a 1,5 miliardi di dollari. Che cos’era successo di tanto rilevante in quei giorni in cui, in genere, gli uffici lavorano a ritmi ridotti e i grandi banchieri internazionali vanno a sciare sulle nevi di Aspen o di Gstaad? E perché cifre così enormi erano state movimentate senza meritare spiegazioni più articolate?

La nota a fondo pagina, infatti, forniva solo pochi, striminziti dettagli. Diceva che il 22 dicembre, tre giorni prima di Natale, Morgan Stanley aveva «dato esecuzione a alcune modifiche relative alla ristrutturazione di contratti derivati». E che il successivo 3 gennaio le modifiche erano state «settled», regolate. Nel linguaggio da iniziati che caratterizza i bilanci delle aziende, le due righe scritte in un corpo leggibile solo con la lente d’ingrandimento significavano una cosa molto precisa: in quei giorni di festa i dirigenti della banca americana avevano potuto brindare con il più costoso degli champagne. Perché Morgan Stanley, in una botta sola, aveva incassato da non meglio identificati clienti italiani circa 3,4 miliardi di dollari. Ecco spiegato il senso dell’unico elemento fornito nei documenti ufficiali, e cioè il fatto che tra il bilancio chiuso al 31 dicembre e il successivo 3 gennaio l’esposizione al rischio nei confronti dell’Italia si fosse ridotta in modo così drastico: i soldi erano stati versati ed era cessato il pericolo di non rivederli più.

Probabilmente nessuno si sarebbe accorto di un affare di tale portata se, poche settimane dopo, non fosse uscito un articolo su «Risk», una rivista specializzata londinese diretta da Nicholas Dunbar, un giornalista che può vantare un particolare biografico piuttosto impegnativo: è figlio di Marianne Faithfull, la cantante e attrice che ancora giovanissima fu una delle muse di Mick Jagger, rischiò di essere travolta dalle follie della «Swinging London» degli anni Sessanta, ma riuscì a uscirne viva e a incidere, più tardi, quello che viene considerato il suo capolavoro musicale, Broken English (1979).

Nell’articolo, Dunbar rivelava il nome dello sfortunato cliente che aveva dovuto versare quel fiume di denaro nelle casse di Morgan Stanley: il Tesoro della Repubblica italiana. Uno scoop, che il giornalista inglese serviva ai lettori con un incipit magistrale, capace di anticipare buona parte degli argomenti che avrebbero infiammato il dibattito scatenatosi negli anni successivi, con tanto di inchieste della magistratura e commissioni d’indagine da parte del Parlamento, avviate quando si è capito che il caso della banca americana non era isolato e che, in anni già difficili per i conti pubblici, l’Italia stava perdendo miliardi e miliardi di euro sui contratti derivati. «Quando in gennaio Morgan Stanley ha detto di aver ridotto la propria “esposizione netta” sull’Italia di 3,4 miliardi di dollari,» scriveva Dunbar, «non ha raccontato agli investitori che era stata l’intera nazione a versare la cifra complessiva alla banca, a causa di una scommessa sull’andamento dei tassi d’interesse.»

Scommessa di Stato Proprio così: i quattrini incassati dal colosso americano, che ha il quartier generale in una delle strade più costose del mondo, al numero 1585 di Broadway, New York, erano quattrini dello Stato italiano, quindi di tutti i cittadini. E il Tesoro li aveva persi per effetto di una «scommessa» finanziaria, definita nell’articolo della rivista londinese «bet», un vocabolo che i ragazzi di oggi sanno tradurre benissimo, visto il successo dei siti che, in tutto il mondo, permettono di puntare su qualunque evento sportivo non soltanto prima dell’inizio ma, ormai, fino a pochi minuti dal termine. Scommettere è un’attività che sui mercati finanziari molti operatori e investitori più o meno agguerriti compiono normalmente, e che una banca d’affari, entro certi limiti, può permettersi senza grandi difficoltà. Senza un’accettabile dose di speculazione, infatti, le Borse non esisterebbero nemmeno. Ma un governo, uno Stato, può scommettere i quattrini dei propri cittadini? Può anche soltanto esporsi al sospetto di aver tentato di speculare? 
(...)



 
2017-01-17 12:55:47
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