Facebook, Zuckerberg: sono responsabile di quello che è successo
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«Sono responsabile di quello che è successo»: Mark Zuckerberg rompe il silenzio sullo scandalo dei dati personali raccolti su Facebook. «Abbiamo fatto degli errori, c'è ancora molto da fare», scrive sulla sua pagina personale del social media. «Abbiamo la responsabilità di proteggere le vostre informazioni», aggiunge.

«Abbiamo la responsabilità di proteggere i vostri dati, e se non riusciamo a farlo non meritiamo di essere al vostro servizio», continua Zuckerberg, spiegando in un post sulla sua pagina Facebook che sta lavorando «per capire esattamente cosa è successo e assicurarsi che non accada mai più». «La buona notizia - aggiunge - è che molte misure per prevenire tutto questo sono state già prese anni fa».

«Chiedo scusa e sono disponibile a testimoniare davanti al Congresso americano», ha poi aggiunto Zuckerberg in una intervista alla Cnn, spiegando di essere disponibile anche all' istituzione di nuove regole per i social network «Sarò felice di testimoniare davanti al Congresso se è la cosa giusta da fare», ha detto il fondatore del colosso californiano, che ha poi ammesso: «Ci sono state molte forze in gioco su Facebook durante le elezioni presidenziali americane del 2016. Le elezioni di metà mandato il prossimo novembre - ha aggiunto - saranno una sfida, un motivo di grande attenzione per noi».

Mentre negli Stati Uniti scatta la prima class action contro Facebook, sono ore frenetiche nel quartier generale di Menlo Park. Nelle stanze che contano i top manager del gruppo sono al lavoro con i legali per mettere a punto fino all'ultima virgola la strategia per reagire allo scandalo e per soddisfare quella richiesta di spiegazioni e di trasparenza che arriva da tutto il mondo. Ma anche per placare l'ondata di indignazione dell'opinione pubblica e la frustrazione dei dipendenti, mai così palpabile per i viali del campus.

In Borsa, dopo due giorni di pesanti cali, i titoli Facebook mercoledì hanno chiuso in leggero rialzo (+0,74% a 169 dollari).

Intanto si infittiscono le voci di altre teste pronte a cadere dopo quella del responsabile per la sicurezza informatica Alex Stamos. Con qualche analista che azzarda l'ipotesi di un clamoroso passo indietro dello stesso presidente ed
amministratore delegato di Facebook, fino a pochi giorni fa considerato una sorta di «imperatore a vita». A meno che non si scelga di sacrificare l'altro volto noto del gruppo, la direttrice generale Sheryl Sandberg.

Nel frattempo la società è tornata a difendersi affermando di essere stata ingannata sulla raccolta delle informazioni
personali degli utenti: una dichiarazione che per lo meno sembra essere riuscita a calmare i mercati dopo due giorni di passione a Wall Street, con un crollo del titolo senza precedenti: ben 50 i miliardi di dollari andati in fumo dall'inizio dello scandalo. Il danno più grave però sembra essere quello di immagine, e la perdita di fiducia da parte di quel popolo di Facebook che si è sentito raggirato, con i propri dati utilizzati per fini politici, che si tratti del referendum sulla Brexit o dell'elezione di Donald Trump. Nel mirino è una gestione della privacy troppo lassista da parte del gruppo dirigente, almeno fino al 2015. Ed è su questo punto che insistono i promotori della causa collettiva avanzata presso la corte distrettuale federale di San José, a due passi dalla Silicon Valley, alla quale ora chiedono i danni.

A rafforzare il possibile legame tra il datagate di Facebook e il trionfo del tycoon alle urne nel novembre del 2016 c'è
anche la storia raccontata da Chris Wylie, la talpa che con le sue rivelazioni ha provocato il terremoto. Per l'ex dipendente di Cambridge Analytica, intervistato dal Washington Post, il programma per la raccolta di dati su Facebook fu avviato nel 2014 dalla sua ex società sotto la supervisione di Steve Bannon, l'ex stratega politico di Trump. Fu dunque l'allora numero uno di Breitbart News - entrato nel board di Cambridge Analytica e divenutone vicepresidente - la mente di tutto. Tre anni prima il suo incarico alla Casa Bianca, Bannon cominciò a lavorare a un ambizioso progetto: costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l'efficacia di molti di quei
messaggi populisti che furono poi alla base della campagna elettorale di Trump. Fu sempre Bannon a far avere a Cambridge Analytica, dove rimase fino all'agosto 2016, i finanziamenti dei suoi ricchi sostenitori, a partire dalla famiglia miliardaria dei Mercer.

Intanto a lanciare la sfida al colosso dei social media è uno dei fondatori di WhatsApp. Brian Acton, divenuto miliardario vendendo la sua app proprio a Zuckerberg, si è apertamente schierato con il movimento #deletefacebook, invitando i suoi follower su Twitter a cancellarsi dal social blu: «It's time», è tempo di farlo, ha scritto, raccogliendo in 11 ore 9 mila like, con il suo post condiviso oltre 4 mila volte.

 
2018-03-21 20:47:23
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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6 commenti presenti
Utilizzare i profili delle persone a fini impropri si, intervenire per contrastare/identificare i terroristi no... strana politica quella seguita da questi signori
Commento inviato il 2018-03-21 21:55:51 da franconegiallorosso
Non è possibile che il destino di alcuni governi sia in mano a questi cialtroni affaristi che si arricchiscono sulla pelle della gente, bisogna mettere un freno se sbagliano si schiude l'azienda è si mette in galera il responsabile, anche perché incassano miliardi e miliardi con pochissimi posti di lavoro in confronto al fatturato.
Commento inviato il 2018-03-22 11:57:14 da Domenico50
Il furbacchione ha venduto le sue azioni prima del crollo e chissà che altro ha fatto e ora parla di fiducia, fa veramente vomitare
Commento inviato il 2018-03-22 11:57:42 da luky71
dati venduti, pensavano di farla franca, invece...per il Dio denaro, si son venduti uno dietro l'altro e il gioco e affiorato a galla, erano in troppi a speculare.
Commento inviato il 2018-03-22 14:32:24 da vasfran
Questo è un paragnosta che levati..
Commento inviato il 2018-03-22 14:47:22 da sr.pococurante
La Russia aveva influenzato le elezioni USA e ora si scopre che era una società inglese. La Siria bombardava i civili col gas e invece sono stati trovati 40 tonnellate di armi chiniche nel distretto di Gouta. Speriamo che la Commissione UE faccia pagare a Facebook una multa enorme come gli USA fecero con la banca francese BNP.
Commento inviato il 2018-03-22 18:39:09 da minnamor
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