Pensioni, per i figli assegni giù del 15% rispetto ai genitori: giovani penalizzati da carriere discontinue
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di Luca Cifoni
I giovani di oggi, aspiranti pensionati di domani, avevano probabilmente già la sensazione di non passarsela troppo bene, sia nel presente che in prospettiva. Un rapporto appena uscito, realizzato da Censis e Confcooperative, mette ora in fila tutte le criticità che li riguardano, dal lavoro difficile da trovare e di bassa qualità fino all’incertezza sul trattamento previdenziale futuro, che risulterà comunque più basso di quello dei loro genitori. Se si guarda alle statistiche sul mercato del lavoro diffuse dall’Istat, occupazione relativamente bassa e tasso di disoccupazione più alto della media caratterizzano la situazione di coloro che hanno tra i 25 e i 34 anni. Ma questo è solo un aspetto del problema e forse nemmeno il più significativo: una parte di quelle posizioni lavorative sono a tempo determinato e più in generale di bassa qualità. Si lavora meno ore di quanto desiderato (è il fenomeno del part time involontario) e con una retribuzione più bassa. Naturalmente questo quadro è il risultato di situazione differenziate nelle diverse aree del Paese: ad esempio i Neet, i ragazzi che non lavorano e non studiano, sono concentrati al Mezzogiorno per oltre la metà (1.200.000) con 700 mila che si trovano in due sole Regioni, Sicilia e Campania. Nelle stesse Regioni (e in Calabria) il tasso di disoccupazione in questa fascia di età supera il 30 per cento, mentre in Lombardia, Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige è al di sotto del 10.

LA TRAPPOLA
Il punto è che, come nota lo studio, «lavorare può non bastare». Nel senso che possono trovarsi a rischio di povertà anche le famiglie in cui il principale percettore di reddito risulta occupato: appunto perché lavora meno di quanto vorrebbe e con una retribuzione troppo bassa. Questo fenomeno può diventare una specie di trappola: all’inizio il giovane può accettare un compenso più basso per poter entrare nel mondo del lavoro, ma poi resta confinato per anni nella stessa situazione.

Tutto ciò ha delle conseguenze potenzialmente molto serie su quel che accadrà quando queste persone, che oggi hanno un’età intorno ai 30, si avvicineranno al momento della pensione; perché il trattamento previdenziale (in particolare con il sistema di calcolo contributivo) dipende in modo cruciale dalla continuità della carriera lavorativa e dall’adeguatezza dei contributi versati in percentuale della retribuzione. Per illustrare questo rischio Censis e Confcooperative prendono in considerazione l’andamento nel corso degli anni del tasso di sostituzione, ovvero il rapporto tra l’ultimo stipendio e la prima pensione, elaborato dalla Ragioneria generale nelle sue previsioni sulla spesa sociale. Per chi ha lasciato l’attività di lavoro dipendente nel 2010 con 38 anni di contributi, al compimento dell’età per la vecchiaia, quel rapporto era in termini netti dell’84,3 per cento. Mentre un dipendente che oggi ha 25 anni e ha iniziato a lavorare sei anni fa - come potrebbe essere il figlio del primo lavoratore - quando andrà in pensione di vecchiaia con la stessa anzianità contributiva nel 2050 avrà una rata di pensione pari al 69,7 per cento dell’ultima retribuzione: i punti in meno sono dunque circa 15. È però il caso di ricordare che quella delineata è ancora una situazione favorevole, perché presuppone che l’attività lavorativa del giovane non si interrompa mai dal momento dell’assunzione a quello dell’uscita.

L’APPELLO
Commentando questi dati il presidente di Confcooperative Maurizio Gardini ha parlato di «bomba sociale che va disinnescata». «Lavoro e povertà - ha aggiunto - sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri».

 
2018-03-13 23:49:33
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1 commento presente
Gli ultimi governi hanno fatto aumentare il precariato che, per moltissime persone, sarà praticamente a vita. Ne risulterà una ricerca affannosa e continua di un nuovo impiego, al termine di ogni contratto a termine, per cercare di mantenere una continuità retributiva e contributiva. Sappiamo già che molti, troppi non riusciranno, considerate la situazione del lavoro a "corrente alternata": Va detto a chiare lettere che le basi del precariato furono messe dal Ministro Treu, (governo Prodi I). - Il "Pacchetto Treu" viene considerato come uno dei principali atti legislativi che hanno riconosciuto il lavoro interinale, generando il fenomeno del precariato in Italia -. Inoltre vi è un esercito di importati africani e asiatici, entrati legalmente ma i più clandestini di fatto, senza alcuna qualifica ne possibilità di trovare lavoro, che peggiora la situazione, oltre alle enormi spese che si sostengono ogni anno per questo fenomeno. Denaro che doveva essere impiegato per la creazione di nuovo lavoro, aiutando le P.M.I. e con corsi di formazione per molte professioni (quello che la scuola non fa), e soprattutto corsi reali e non truffe, (come spesso accade, quando si scopre che i corsi sono "fantasma"). Concludo affermando che Prodi prima e le sinistre dopo hanno portato il lavoro a una condizione instabile, degradata e ricattatoria. Ultimo: queste persone non avranno una pensione o riceveranno una miseria, per morire di fame. Grazie governi di "sinistra", grazie Stato canaglia.
Commento inviato il 2018-03-15 07:52:06 da egocentrico
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